L’avvento del “profitto” ha generato molteplici corti circuiti all’interno di una tradizione (intesa come progressione storica dei cambiamenti) che durava da millenni. Uno dei campi in cui questa alterazione genetica si è manifestata in maniera più evidente è quella del mondo dell’”Arte”. Per millenni, dalle iscrizioni rupestri fino all’impressionismo, l’arte si è assunta il compito di “rappresentare” le realtà passata, di restituire testimonianze di eventi avvenuti. Raccoglieva un evento irripetibile e lo trasformava in storia sempre possibile e ripetibile, fosse essa l’uccisione di un bufalo mastodontico o il fumo emesso da un avanguardistico treno a vapore.
L’avvento del “mercato dell’arte” ha portato alla sterilità del contemporaneo “achillebonitolivismo”, in cui si da come valore il fatto che l’arte debba essere fruito soltanto da chi la produce o ci vive. Come se mezzo secolo fa Caravaggio avesse dipinto per Raffaello e Paolo Veronese, e non per quei umili fedeli che sostavano la domenica a prendere la messa sotto l’ombra dei loro capolavori.
Anche il teatro italiano, negli ultimi cinquantanni, si rigirato come un maiale nella melma del denaro, dei concorsi, dei bandi, dei festival. Esperienze teatrali che venivano acclamate come avanguardia all’autunno, in primavera erano già pronte a mettere in cartellone spettacolacci con protagonista l’attrice televisiva o la “figlia di”. Registi e compagnie pronte a fare Goldoni nell’anno del centenario della nascita di Goldoni, della morte di Goldoni, del raffreddore di Goldoni, delle emorroidi di Goldoni. Rifacimenti incomprensibili di classici greci, metafore buttate in vacca in cui il Coro diventa un cassonetto post moderno, hanno portato alla socmparsa lenta ma visibile del Teatro Italiano. Per non parlare dell’astuzia culturale di diffondere la convinzione che il teatro, per saperlo fare, bisogna studiarlo (e pagare per questo).
Babilonia Teatri si è presentata in questo scenario con la violenta ingenuità del bambino che ti pianta un coltello in pancia perché non sa cos’è un coltello. Ha puntato il dito, ha urlato che il re è nudo, e lo ha fatto a suon di bestemmie. Enrico Castellani è riuscito nell’impossibile: ha preso la Parola, sputtanata ovunque, resa dall’uso che ne se ne fa un arma molle e invertebrata, e le ha restituito il suo potere naturale, riforgiandola come una spada che trafigge e fa sanguinare le orecchie di chi le ascolta. Valeria Raimondi ha dipinto messe in scena che dialogano con il testo e i gesti, dove niente è gratutito e sensazionale, ma dove ogni particolare discorre con l’altro tirando fuori il quadro completo, equilibrato e violento. I loro spettacoli sono riusciti, grazie ad una rigorosa ricerca formale, a farsi capire da chiunque, dai critici teatrali più blasonati alle vecchie del teatro da abbonamento. Effetto collaterale inaspettato è di aver  creato un terremoto nel mondo del teatro tradizionale senza aver parlato del “Teatro”, senza aver fatto metateatro. E stato il loro fare, senza condizioni e senza condizionamenti, ad aver scardinto l’uso di quel mezzo e ad aver aperto nuove strade per l’avanguardia teatrale contemporanea, ricoprendo il vecchio con la sborrata divina e  apocalittica che segna il finale di Pornobboy.

Chi gliel’ha fatto fare?

Loro dicono un “concorso” ovvero il Premio Scenario (che hanno vinto nel 2007 con Made in Italy). Ma se chiedi loro come è nato Babilonia Teatri, una delle prime parole che senti è “carcere”. Non è né Paolo Grassi, né Piccolo, né Silvio d’Amico. Quelli sono luoghi in cui si diventa rincoglioniti senza nemmeno rendersene conto. Ma a fare il “teatro” dietro delle sbarre, dove una detenuta nigeriana ti mette a disposizione la sua storia di eroina e prostituzione, o dove una “zingara” mima i furti d’appartamento, ti fa rendere conto e subito che rincoglionito lo sei già e che è ora di darsi una mossa. Se da un lato lo scarto che hanno generato li ha portati a trascinare la “pizzeria” in teatro, la sfida ora è quella di portare il teatro in pizzeria, perché non è tra quinte e camerini che si sente l’esigenza di un cambiamento radicale. L’arte deve entrare a gamba tesa nelle pizzerie, come un tempo entrava negli androni delle chiese. Sarà l’orientamento del loro percorso in questa direzione a stabilire, nel tempo, se la proposta di Babilonia Teatri era vera avanguardia o un altro fatuo fuoco autunnale.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale a Ilaria Dalle Donne, Luca Scotton, Alice Castellani e Ettore Castellani.

Entrare oggi nel sistema carcerario italiano significa confrontarsi con una popolazione che supera le 100.000 presenze: oltre 65.000 i ristretti e oltre 40.000 le “unità” afferenti al corpo di polizia penitenziaria. Forse è l’azienda più grande di cui l’Italia oggi dispone. Ma non solo. Entrare nel sistema carcerario significa essere risucchiati da quella regola il cui uso lo ha generato, lo ha reso e tuttora lo rende ‘galera’: la regola della restrizione. Tanto i carcerati quanto i carcerieri, tanto gli operatori esterni quanto i cosiddetti visitatori, condividono una e una sola realtà entro le mura carcerarie: quella generata dalla restrizione. Una realtà fatta di storie di prigionieri e poliziotti, di dirigenti e familiari, che raccontano della propria esistenza al di là e al di qua del muro. Storie di condizioni spezzate, da un momento all’altro, costruite sui “chi l’avrebbe mai detto”, che si trovano ad essere marchiate dalla colpa e dalla pena. E la regola della restrizione ha generato nel tempo, oltre alle storie, realtà di sovraffollamento insostenibile, condizioni igienico-sanitarie disumane, violenza e abbrutimento, sprechi di risorse economiche e sociali, violazione di principi costituzionali della dignità e del recupero dei detenuti. La domanda che pone Lucia è topica: “a chi serve tutto questo?”. Se si riflette, forse si rende necessario il fatto che serve per interrogarsi proprio sulla regola della “restrizione”. Serve per discutere della gestione di questa regola. Serve per anteporre alla galera, “il circuito a custodia alternata” e alla definizione e attribuzione della colpa, anteporre l’assunzione e la promozione di responsabilità.
Se dunque dalle denunce rivolte alla gestione del sistema carcerario secondo alcuni emerge “il sintomo patologico più grave di una società”, dal racconto di Lucia emerge un simbolo di responsabilità. Non solo come occasione di cambiamento che costantemente viene costruita per i cosiddetti autori di reato, ma anche per il sistema carcerario stesso che del cambiamento deve farsi carico e promotore. E questo ha modificato (necessariamente) l’impiego del vocabolario da parte di Lucia: la regola d’uso della restrizione si smorza e si modifica l’impiego di certe parole. Non sei più “carcerato” ma diventi “ospite”; non sei più solo ed esclusivamente ristretto dalla libertà ma sei anche persona che può scegliere di lavorare, studiare, formarsi. Che può scegliere di accettare la sfida del cambiamento. “Cambia il mondo”, seppur entro un contesto in cui la privazione della libertà implica che “uscire stasera e non domani è un valore”. Non si tratta dunque di mero buonismo o smielato umanismo. Si tratta di modificare una regola – quella della restrizione – e a seguire assumersi tutti la responsabilità di “lavorare per uno stesso obiettivo”. Perché “anche mezz’ora di libertà negata è una pena”. E così sia.

Chi gliel’ha fatto fare?
Scrive Lucia, in un suo recente testo, che il sistema carcerario “ha rinunciato al cambiamento”, che “dai prigionieri pretende redenzioni miracolistiche, ma non fa alcuna revisione critica su se stesso, sulla propria cultura e sul proprio modo di operare”. Dire certe cose “da chi sta dentro” non è sempre e solo dettato da scelte di coraggio o da barlumi di pensiero che affondano radici e trovano vigore in terreni fertili di una qualche ideologia. Dire “da dentro” invitando a non rinunciare al cambiamento e ad una riflessione sul modo di operare per generare cambiamento, è il puro dettato di un’assunzione di responsabilità, fatta a partire dal lavoro giornaliero di quanti “stanno dentro”. Ma anche di quanti “stanno fuori”. Assumersi la responsabilità di queste parole non è solo dire che “da noi il tasso di recidiva è il più basso di tutta Italia”. Anzi. È soprattutto dire che c’è da fare, rimboccarsi le maniche della camicia ogni giorno un po’ di più rispetto al giorno precedente. Che c’è da riflettere, perché la risposta da dare a quella lettera di quel padre che non comprende il coraggio di far lavorare fuori dal carcere “chi ha ucciso”, serve darla.

Michele Romanelli

Un ringraziamento speciale va al Prof. Massimo Caiazzo, la cui voce non siamo riusciti a inserire ma senza il quale non avremmo potuto gestire la nostra visita. Un grazie anche a Chiara Bazzanella, e agli ospiti e alle guardie di Bollate per la collaborazione.

Italiani brava gente?
Alla luce dei 15 ritratti che precedono questo si potrebbe facilmente dire di no. Italiane erano le persone incontrate da Angela, italiani i datori di lavoro di Isaac, italiano era Svastichella, italiani i gli imprenditori che nascondevano agli operai gli effetti dell’amianto, italiane le ruspe che spazzavano via il Casilino 900.
Eppure c’è sempre un lato buono, alla fine, che esce. Quello che ha fatto si che durante la seconda guerra mondiale siamo stati gli unici ad avere una resistenza. Quello che fa si che non ci siano medici che denunciano i clandestini nonostante il pacchetto sicurezza lo preveda.
Forse si, gli italiani sono brava gente, ma se la vogliono gustare così tanto questa bravura, che prima devono dare il marcio di loro stessi per sentirsi a posto. Bisogna arrivare allo sterminio per diventare antifascisti, bisogna arrivare ai campi di concentramento, identificazione ed espulsione per essere un po’ antiBerlusconiani. Non ci si può fermare prima.
Anche il dott. Del Boca non parla dei suoi anni di soldato fascista. Dice che “ha dovuto” partire per la Germania costretto da un ricatto (e non è lì che potrebbe invece “nascere l’uomo”, quando non si cede a un ricatto), non si sa se abbia ucciso, chi e perché in quell’anno prima della resistenza.
Ma è il resto della sua vita a segnare un segno. C’è la costanza di trovare le voci, i documenti, i protagonisti, per segnare un confine e dire “questo non si può negare”.
Il dott. Del Boca alla fine, ad una mia domanda sul futuro, mi ha detto che non c’è niente di sicuro che lui può lasciare a “noi giovani”. Se è riuscito a costruirsi un percorso di vita a vent’anni partendo dalle macerie della seconda guerra mondiale, è compito della nostra generazione, ora, costruirsi un futuro partendo dalle macerie della modernità.

Chi gliel’ha fatto fare?

Gliel’ha fatto fare la “resistenza”. Quella parola che ora ci si deve un po’ vergognare a dire, perché è divenuta un valore “sbagliato”. Quando questo accade significa che la resistenza non c’è. Significa che il tuo vicino di gomito dice di sopportare, di stare zitto, di aspettare che tanto tutto andrà bene. È quando la resistenza non c’è che arriva il momento di farla.

Jonathan Zenti

Sentir dire ad una ragazza che non c’è nulla di più bello che studiare la meccanica del continuo e che l’obiettivo è quello di studiare, costantemente, potrebbe risultare agli occhi del pensare comune come antitetico a quelle che sono le categorie che riguardano la formazione universitaria e i ruoli che una ragazza potrebbe ricoprire all’interno delle diverse professioni. Nell’ascoltare “Sara” mi sono addentrata appieno in questo pensare comune. Mi sono trovata sorpresa nel sentire la voce di una ragazza. Superato lo stupore, ascoltando con attenzione quanto dice, emerge come soffermandosi su quegli aspetti, il pensare comune possa perdere di vista quanto si dice, in virtù di chi lo dice.
Quanto dice Sara risulta trasversale al genere di appartenenza: il sistema universitario italiano – e risulta chiaro nelle sue parole –  parla solo di soldi, parla di come monetizzare qualsiasi idea che possa nascere. Non si vede oltre a quello che è il qui ed ora. Si passano le giornate a cercare di racimolare i soldi che servono per arrivare a prossimo progetto. O si investe il proprio tempo a lamentarsi per come viene gestita la formazione.
Rimanendo aderenti alle parole che vengono usate, senza darle per scontate, l’accademia è un’istituzione destinata agli studi più raffinati e all’approfondimento delle conoscenze di più alto livello. E qui arriva la prima contraddizione con quanto racconta Sara. In virtù di cosa in Italia l’Accademia si riduce alla ricerca di soldi per portare avanti un progetto o, ancora più drammaticamente, si riduce a ‘raccontare’ ad una azienda che siamo in grado di offrire prodotti innovativi quando ciò che cerchiamo sono solo mezzi per arrivare alla fine del mese. Come se il ricercatore l’oggetto dell’esperimento, mentre qualcuno di fuori resta a guardare quanto riesce a flettersi sotto la pressione delle forze che lo schiacciano. In quale punto l’Accademia è entrata in un percorso che la porta ad assomigliare ad una agenzia di promozione del proprio prodotto, senza valutare la qualità di quello che offre, con il solo obiettivo di “vendere”?
Che cosa consente a New Haven di essere un “posto che gravità attorno all’Università”? Solo chi, come Sara, ha l’occasione di prenderne parte, potrà raccontare e dare risposte a queste domande, per quanto nelle sue parole un pezzetto di risposta la possiamo già trovare.

Chi gliel’ha fatto fare?

“Ora non riesco a vedere niente di più bello di quello che faccio nella vita. Prendere il meglio della fisica, il meglio dell’analisi matematica e spiegare perché le cose succedono”. In queste parole possiamo trovare cosa spinge Sara ad investire nella scelta di Yale. Non è solo il deserto intellettuale e progettuale che caratterizza il nostro Paese, è la passione per ciò che si fa, passione che l’Università ha la responsabilità di generare e coltivare ma che, negli effetti pragmatici di come viene amministrata, genera un avvilimento di idee e propositi per cui se si offre uno sgabuzzino dove poter lavorare ciò che lo studente italiano pensa è “almeno ho un posto dove lavorare”. La storia di Sara è una sorta di “biforcazione dell’equilibrio”, di quell’equilibrio che costantemente raccontiamo nel momento in cui ci ‘accasciamo’ sulle proposte che l’Università italiana avanza agli studenti, nel non volerlo sconvolgere in nome del voler rimanere ‘dritti’, ‘fermi’, ‘in piedi’; quando invece, per costruire il proprio futuro, serve necessariamente diventare improvvisamente e inaspettatamente ‘arcuati’, come i solidi elastici in regime non lineare che studia Sara.

Anna Girardi

Un ringraziamento speciale ad Andrea e al suo shakertatuaggio e ai genitori di Sara.

Ai margini di Roma, come nelle aree liminali di molte altre città italiane, sorgeva un “ghetto di lamiera e carta”, è Casilino 900.
Attraverso i racconti dei suoi abitanti scopriamo, così, che nel cuore del paese, a 150 anni dalla sua nascita, si esperiscono condizioni esistenziali da Sud del mondo: otto persone, di cui sei bambini, in una baracca dai muri di latta, senza acqua calda e servizi igienici. Le moderne politiche razziali della Repubblica Italiana, però, vogliono costringerli ad una mobilità forzata, negando loro anche questo miserrimo rifugio e, con esso, la benchè minima possibilità di stabilizzazione territoriale, di riscatto sociale, di inserimento scolastico e lavorativo.
“Siamo colpevoli perchè non siamo ricchi, [colpevoli] perchè siamo poveri”. Con queste parole Helma, ci prende per mano e ci invita a varcare la soglia di una quotidianità inedita ai più, ad addentrarci in un mondo che non viene mai nominato per quello che è: un campo di confinamento e segregazione razziale.
Nella loro semplicità sono parole che disarmano l’ascoltatore per il loro potere di demistificare e decostruire le relazioni sociali, per la loro capacità di legare fra loro fenomeni strutturali e strategie politiche locali.
Esse, infatti, mostrano innanzitutto i veri obiettivi delle campagne contro le popolazioni rom: le ordinanze contro il “popolo-underclass per definizione” mirano da un lato allargare la criminalizzazione e la stigmatizzazione a tutte le fasce sociali marginali ed in difficoltà socio-economica (i poveri sono colpevoli ed in quanto tali devono essere puniti) e dall’altro creano un capro espiatorio ideale contro il quale la popolazione lavoratrice di “razza italiana” (giacchè la cittadinanza formale la possiedono anche molti rom) possa attribuire le responsabilità di un’insicurezza sociale legata a fattori strutturali quali la crisi mondiale, la crescente disoccupazione, il taglio delle spese sociali. La costruzione sociale dell’ “emergenza rom” funge, così, da valvola di sfogo delle tensioni sociali e legittima la sperimentazione di politiche repressive ed escludenti sugli strati subalterni, ma che in breve tempo verranno estese a fasce sempre più ampie della società. “I primi col pacc[hett]o sicurezza”…
È lo stesso mirzad, il marito di Helma in Italia dagli anni ’80, infatti, che descrive il conflitto tra le periferie e le periferie delle periferie: “Noi con gli altri… fino adesso stiamo bene. Però non […] so cosa pensano di noi. Che ne so che idee hanno? Il quartiere ci ha già minacciato un paio di volte”…
La coppia deve ricorrere continuamente al simbolismo animale ed alla metafora zoologica per descrivere la condizione di subumanità nella quale si sentono costretti: il campo di Casilino 900 si configura, così, come “uno zoo con le scimmiette” ed i suoi abitanti diventano “animali chiusi in un campo”, “animali abbandonati”, “animali in gabbia”. La gabbia che imprigiona i protagonisti del ritratto ha una duplice natura: quella fisica, come in recinti che sbarrano le entrate e le uscite del campo e che isolano, separano, differenziano, segregano chi sta “dentro” da chi sta “fuori” e quella legislativa, dettata dalla negazione di qualsiasi identità nazionale, dalla privazione di qualsiasi diritto, “nè là, nè qua: […] Cancellato. […] Se vado lì sono clandestino. Come qui”.

Chi gliel’ha fatto fare

Il crollo dei sistemi socio-economici dell’Europa dell’est che ha chiuso gli anni ’80 del secolo scorso, l’implosione violenta della Repubblica Socialista Federale Jugoslava avvenuta nei primi anni ’90 in seguito ad una guerra civile importata dall’occidente, il devastante impatto delle politiche neoliberiste, gli “aggiustamenti strutturali” degli organismi finanziari internazionali e la conseguente cancellazione delle politiche sociali in tutti i paesi del così detto “socialismo reale” hanno comportato l’azzeramento delle garanzie acquisite in essi dalle popolazioni rom. Per queste popolazioni, minacciate dal montante nazionalismo xenofobo, espulse dal ciclo produttivo, sfrattate dalla speculazione edilizia, quindi, l’emigrazione è stata molto spesso una scelta obbligata. Ecco che, quindi, l’emergere della “questione rom” va contestualizzato all’interno dell’ampio quadro delle migrazioni internazionali. Allo stesso modo “l’emergenza rom” altro non è che uno delle innumerevoli sfaccettature dell’ “emergenza clandestini” e le politiche “anti-zigane” si configurano tout court come politiche “anti-immigrati”. Analogamente alla massa dei lavoratori immigrati mirzad e Helma rivelano verso cosa è tesa la loro determinazione: “avere un lavoro come l’altra gente, non per me, per i miei figli, perhè abbiano una vita più decente”. Questo sogno, però, verrà violentato dalle ruspe che, all’alba giorno dopo l’intervista che ha dato vita a questo ritratto,  spazzeranno via Casilino 900.

Francesco Della Puppa

Un ringraziamento speciale va a Francesco Careri e Azzurra del gruppo Stalker.

Parlare di “bellezza” è sempre un rischio. Perchè la bellezza non esiste, è soggettiva. Per imporla, per dire che cosa sia la bellezza, bisogna mettersi sul piano dell’avere torto o ragione, di imporre una definizione alla quale sottostare o far sottostare.
Di sicuro qualcuno c’è che guardando il golfo di Augusta, in provincia di Siracusa, prova un senso di bellezza. La bellezza del divorare, del distruggere, dello sfruttare, dello schiacciare. La bellezza della forza, della devastazione, del nichilismo. Del guardare un animale che muore, un pesce che soffoca.
La stessa bellezza negli occhi di un bambino che ti riporta un soprammobile rotto, con lo sguardo fiero e colpevole che dice “sono stato io, mi dispiace, ma è stato fighissimo”.
Ci deve essere qualcuno per cui la vista della Casa Comune di Augusta rovina il panorama di camini, ciminiere, ferro, acciaio, cemento, fumi, morte.
La gente che parte e torna, sbarca, passa, attraversa dal porto di Augusta, pensa che sia quella la bellezza. La costruisce, ogni giorno, da sessantanni. La costruiscono ora, mentre tutto si chiude e si sfalda, mentre si smonta l’impianto del progresso mancato (guai a chiamarlo fallimento).
E per quelle stesse persone il lavoro di Alessio e della Casa Comune è brutto, orrendo, inguardabile, patetico.
La parte importante del lavoro di Alessio è l’esistenza, l’esserci, il continuare ad esserci. Essere l’erba che cresce tra gli autobloccanti, l’edera sui muri, la crepa nel cemento, l’onda che scavalca la diga. Anche se in quel porto le forze in campo sono spropositate (e questo lo si vede anche in termini di cubatura), l’esserci nonostante tutto, essere una variante, un’alternativa e una possibilità, significa non aver dato a nessuno la soddisfazione della vittoria.

Chi gliel’ha fatto fare?

Da posti come Augusta la gente se ne va. Se ne va a studiare nelle università del nord (impazzendo dietro crediti e voti per stare nei parametri delle borse di studio, senza capire che cazzo stanno studiando), nelle capitali europee. Lì, ad Augusta, non ci stanno, perché tutto sta andando in rovina. Alessio dice “io abito questo angolo di mondo, ma abito il mondo”. Se non si fa niente per salvaguardare il posto in cui si sta, cadrà in rovina anche il posto in cui si andrà.

Jonathan Zenti

Quando ero alle scuole elementari, avevo un compagno di classe un po’ tonto, di nome Paolo. Quando sentivo parlare le mamme degli altri bambini tra loro, dicevano, con una risata rassegnata, che “Chel lì el pol nar solo nei campi”.
Il lavoro dei campi in Italia da un lato è stato denigrato e umiliato da un punto di vista sociale e culturale, dall’altro è stato relegato a fossilizzarsi nel passato senza che vi fossero incentivi e finanziamenti per far diventare quel lavoro moderno e futuribile. Ed è anche per questo che se pensiamo alla Sardegna, pensiamo al pecoraio analfabeta che passa giorni e notti fuori al pascolo. Tutti i governi sono sempre stati pronti a salvare la Fiat o la Montedison dai loro fallimenti, ma non hanno mai dato vita a nessun investimento nella ricerca agricola, come se poi una volta seduti a tavola ci nutrissimo di spinterogeni o petroli.
Gianni, a causa della sua testardaggine sarda, quella ricerca se l’è fatta per conto suo. Ha preso la verdura da terra e l’ha alzata dal suolo, per non devastare il terreno. Ha sperimentato l’irrigazione goccia a goccia per non sprecare l’acqua. Non si è mai fermato nemmeno davanti alla noisissima e lobbistica burocrazia agricola, di fronte ad ogni ostacolo si è inventato un modo per superarlo. Ha usato le alghe come base per la cultura e, una volta diventato illegale usarle per motivi ambientali, si è inventato un terreno alternativo. Ha costruito un forno che brucia non le foreste o i combustibili fossili, ma gli scarti della lavorazione dell’industria alimentare e dolciaria.
Il risultato di quella testardaggine la puoi trovare negli occhi sbarrati di chi mette in bocca uno dei suoi pomodorini (eravamo in tre a fare quel ritratto e a tutti e tre quasi ci uscivano gli occhi dalle orbite una volta che quel sapore ha incontrato la nostra lingua).

Chi gliel’ha fatto fare: Gianni racconta che, mentre lavorava in un ufficio tecnico che faceva grandi opere, aveva capito che opere non se ne sarebbero più fatte e che il nuovo stimolo gli veniva dall’affrontare una vita nuova, ritornando nella campagna che era stata di suo padre. È un elemento che ricorre in “Ritratti”. C’era un “futuro” che in realtà futuro non ne aveva, era solo una speculazione selvaggia temporanea. Simboleggiata dall’idiozia di aver tentato di costruire un’Italia industriale in un paese senza materie prime, e aver lasciato a loro stesse le più grande risorse che abbiamo: la terra ed il sole. Gianni è ritornato da là ed è ripartito, prendendo quello che c’era e che nei millenni è stato costruito, e facendo un passo. Non di lato, ma in avanti.
Vedere girare attorno alla sua azienda persone che lavorano e che hanno poco più di vent’anni, fanno immaginare che si possa costruire un nuovo futuro ripartendo da dove ci eravamo sbagliati.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va a Gianni, Lucia, Monica, Manuela, Vincenzo, al pesto prodotto dall’intera filiera Collu, a Carlo e alla Pecora in cappotto.

Mario è un sopravissuto. Un superstite di una guerra in cui ogni cento “soldati” ne morivano ottanta, e solo venti rimanevano vivi.
Il prezzo in vite che il capitalismo ha voluto in cambio della liberazione dal nazifascismo è invisibile, non si vede. Non è un proiettile in fronte, ma sono centinaia di schegge invisibili all’occhio mischiate nel sangue, incastonate negli organi. Una bomba a grappolo via inalazione.
L’uomo ha iniziato ad avere paura di se stesso, del suo potenziale autodistruttivo, non solo a causa di Hiroshima. L’amianto è una fibra minerale creata dall’uomo, in grado di resistere a tutto. Alle altissime temperature e al sistema immunitario. All’uomo, che l’ha creato. L’uomo muore, l’amianto rimane.
Mario e i suoi colleghi non si chiedevano che cosa stessero facendo quando raschiavano i forni pieni di amianto, quando usavano il metacloro etano (oggi proibito), quando usavano la trielina come acqua corrente. I loro contratti prevedevano che il 27 del mese avrebbero percepito uno stipendio e, clausola implicita, avrebbero dovuto pensare solo a quello, a quella briciola di torta che si sarebbero potuti godere fino al 27 successivo. Senza fare domande, in un silenzio complice.
La storia dell’amianto (e degli latri veleni) in Italia è una storia sporca, perché nessuno ne esce pulito. Non ne escono puliti sicuramente quelli che per nove hanni hanno ignorato una direttiva europea che metteva al bando l’utilizzo dell’amianto, chi ha procrastinato le scadenze per potersi svuotare i magazzini o rivendere i magazzini pieni. Ma nemmeno chi lo utilizzava tutti i giorni, chi tornava a casa la sera e si spolverava sul divano incellophanato dove qualche minuto più tardi i figli si sarebbero messi a guardare il carosello sulla TV presa a cambiali. Se ad esempio un giorno sarà reso evidente il danno provocato alla salute dall’utilizzo dei telefoni cellulari, potrò io dirmi innocente del tutto, dopo averli comprati, usati, finanziati, regalati, suggeriti ad altri, senza mai essermi chiesto “perché li sto usando?”

Chi gliel’ha fatto fare?

A Mario gliel’ha fatto fare la rabbia, e si sente dalla sua voce. La rabbia per aver mandato a morte i ragazzi, gli uomini, i padri che dipendevano da lui. L’incazzatura per aver premuto il grilletto senza che nessuno gli dicesse che quella era una pistola. Essere un “uomo morto che cammina” non significa solo aspettare il palesarsi di un tumore, ma anche essere stato parte di altri corpi morti sotto la propria responsabilità.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va al Lab Desir di Feltre per l’ospitalità e al sito Dolomiti Toxic Tour per le informazioni.

Vivere con “l’atteggiamento del turista” è molto semplice, e ci tenta in continuazione. Andare in un posto, farci stupire dalla bellezza che si vede, prenderne piccoli morsi qua e là e poi tornare, gongolandosi sull’amaca del “che bello sarebbe se”.
Diverso è andare in un posto e restarci. Rimanerci, quando l’ebrezza delle cose belle evapora ed affiora la quotidianità, nella sua ripetitività o nella sua durezza. Andare in profondità, migliorare nel ripetersi, porsi come obiettivo il diventare parte di un nuovo luogo, anche quando nuovo non lo è più. Li abbiamo attorno noi, le persone che hanno deciso di fare questo, emigrando in Italia dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica, dall’Est Europa.
Simone l’ha fatto, e l’ha fatto per scelta. Ha girato mezzo mondo con il suo zaino in spalla e poi si è fermato in un punto: la striscia di terra che unisce Kenya, Etiopia e Somalia.
Ha seguito un suo regresso personale (si usa qui “regresso” in opposizione a “progresso”, verso cui il mondo sembra sempre tendere).È partito dal bagno con l’acqua calda e corrente, ed ha scelto di finire a farsi i chilometri per prendere l’acqua. È partito da un tetto sulla testa, ed è finito  in una capanna. È partito dal microonde e si è messo a cucinare sulle braci roventi in mezzo alla savana kenyana.
“Le paure sono i nostri limiti: quello di cui abbiamo paura è quello che non riusciamo a fare”. Simone le paure se le è tolte di dosso una per una, come i vestiti. Si è tolto di dosso tutto ciò di cui può essere fatto un ragazzo benestante dell’alto padano, tutto ciò di cui deve aver bisogno. “Se io non ho niente, non mi portano via niente”. Si è cercato un angolo di mondo dove (ancora per poco) un essere umano può vivere restando un essere umano, senza il contorno.
Il viaggio di Simone non è solo quello fisico, da Varese, Italia ad Isiolo, Kenya, ma è anche un viaggio verso l’abbandono di ogni sicurezza. Anche quella del poter tornare, ad un certo punto, a casa.

Chi gliel’ha fatto fare?

Sicuramente Simone è rimasto affetto da quello che comunemente si chiama il “Mal d’Africa”. Quello che quando ti allontani comincia a far zampillare la nostalgia dallo stomaco. Che non è la “saudagi”, cioè la mancanza di casa, ma è il maledirsi per essere tornati. È anche solo una questione di colori. Dopo aver visto le vaste distese che circondano il Mountain Kenya, il grigio schifido che circonda l’aereoporto di Malpensa fa rimpiangere il non aver preso un biglietto di sola andata.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento per l’accoglienza, l’amore e le Tusker Malt va a Simone Vallese e la sua splendida famiglia Turcana, a chi ha condiviso quel viaggio nel nulla (Nasteah, Cecilia, Susan, Lociuch, Max) e ad AIDOS e Audiodoc che hanno reso possibile quella esperienza.
Un ringraziamento speciale va a Tommaso Colliva per aver sconfitto il rumore di sottofondo della Jeep e aver reso il ritratto ascoltabile.

Nell’ascoltare le argomentazioni dei Serenissimi risulta difficile non provare un istintivo moto di empatia per il loro gesto. La riconquista di un simbolo come il campanile di San Marco, aldilà delle connotazioni “campanilistiche”, ha effettivamente proiettato i suoi protagonisti in un immaginario internazionale, così come era nelle loro intenzioni. Ora nel pantheon venetico, accanto al mercante Shylock e al Mann più decadente, grazie ad un misto di audacia, goffaggine ed improntitudine, siederanno anche loro, per le decadi a venire. E le motivazioni addotte, ben lungi dall’essere meschine o autoreferenziali, riescono persino a brillare di un idealismo che ricondurrei alla pratica della “fondazione del mito”: ricercare nel passato il punto di svolta, “l’Età dell’oro”, successivamente alla quale tutto è peggiorato, e lottare per recuperarla. Lo stesso idealismo che traspariva, durante l’intervista, dalle gigantografie di Jim Morrison e Che Guevara (“uno che ha lottato per il suo popolo”) che imperavano nel loro covo. Ma i presupposti ideologici dei Serenissimi tradiscono la stessa patologia globalizzante che vorrebbero combattere. La ricerca del gesto eclatante come tentativo di costruzione di consenso, l’atto dimostrativo che invece di mettere in campo “un milione di baionette” fa sbarcare un solitario trattore camuffato da armamento contemporaneo. E ancora l’implicito riferimento ad un potere, sia pur esso sovranazionale, che amministri addirittura il proprio dissenso, entrando in conflitto con la spinta rivoluzionaria.
La de-costruzione del sentimento di responsabilità individuale, l’atomizzazione della società, la sudditanza psicologica tradita dall’ansia di apparire prima ancora di essere ciò che si vuole tornare ad essere, dato che è relegato nel passato, è esattamente lo “spirito del tempo” a cui ha condotto la “globalizzazione senza cosmopolitismo”. La storia delle prime attività del Veneto Serenissimo Governo è il simbolo del divario tra un passato orgogliosamente epico ed un presente cinico fatto di politica degli annunci. Un presente che si appropria dei simboli inventati e li riutilizza, inverandoli, così com’è stato riciclato il Tanko, esposto a fronte ai plotoni di fantaccini settecenteschi con grottesco anacronismo, in una rievocazione storica tra il cosplay e una banda armata puramente post-dadaista.

Chi gliel’ha fatto fare?

Dopo Tangentopoli, il cambiamento degli equilibri di potere ha costretto la politica a scendere a patti con spinte sociali rimaste a lungo sotto silenzio. La sensazione che i confini italiani fossero definitivamente destituiti del significato di “patria” ha spinto gli indipendentisti a ribadire quelli che avevano in mente loro, minacciando l’uso della forza. Ancora oggi, nonostante il processo e la detenzione, il ricorso alla violenza viene adombrato come opzione possibile in caso di minaccia ad una futuribile nazione veneta. I Serenissimi hanno proseguito le proprie attività anche dopo il carcere, scegliendosi per sede un luogo simbolo come Longarone, nei pressi della diga del Vajont. A giudicare dalla testardaggine con cui viene richiesta una cosiddetta “liberazione dei territori” ancora di là da venire, il movente dei Serenissimi, qualsiasi esso fosse, non ha trovato, nella risposta dello Stato, alcun motivo per cessare.

Alessandro Longo

È sempre molto difficile capire quando il passato è passatismo (quello che in redazione di Suoni Quotidiani viene definito “tradizionalismo da linea verde”) e quando invece è la direzione necessaria per ritornare a quel bivio dove si è presa la strada sbagliata.
Capita, è capitato spesso con i Ritratti, che andare a conoscere persone che vivono una vita d’altri tempi dia una prospettiva di futuro non solo prossimo venturo, ma di ampissimo raggio.
Uno dei ricordi visivi più forti che ho di me bambino sono i campi di pannocchie dopo il passaggio della mietitrebbia. Io tra le pannocchie ci correvo, le raccoglievo, mi piaceva sbucciarle, le portavo intere a casa della mia vicina Isabella, che le appendeva in cucina. Poi arrivava un giorno che vedevo passare sulla statale davanti casa due macchine con la sirena arancione e in mezzo un mostro verde. Il giorno dopo il campo era raso al suolo, giallo secco, distrutto, spaccato, morso. Non c’era più vita, in quel campo.
È successa una cosa sessant’anni fa nel nostro paese, si chiama “modernità”. Sta succedendo ora in Cina, in Kenya, in India, in Nepal. La trebbiatura della civiltà contadina da noi è finita, e si sposta a devastare altre culture millenarie.
Passare una giornata con Giuseppe Morandi e il Miccio ti riporta al bivio in cui si è presa la strada sbagliata. Partecipare alla loro festa annuale che si tiene nella loro cascina a Marzo, fa sentire la cultura che si ha, quella che imparata a scuola, poco più di una lista di ingredienti dietro ad un cibo precotto. La cultura della civiltà contadina, alla quale loro hanno deciso di aderire e che hanno deciso di studiare nella sua complessità, non è solo una cosa che riguarda il passato. Loro non la difendono, loro ci investono.
La casa del Miccio, che è anche la sede della Lega di Cultura di Piadena, è sempre aperta, e l’ospite è sacro. Passateci un giorno, se volete cercare la strada che riporta a quel bivio.

Chi gliel’ha fatto fare

Tecnicamente Gianni Bosio, che ha “ordinato” a Giuseppe e al Miccio di fondare la Lega di Cultura. Ma ciò che la tiene ancora in piedi è l’amore per il mondo. La grande forza del capitalismo è di concentrare tutto sul momento, di convincere le persone che ciò che  serve è tanto ed è subito. Quello che Morandi e il Miccio hanno saputo fare nei primi anni ’60, è stato rendersi conto che la tradizione contadina ha preservato per millenni la vita in simbiosi tra l’uomo e il mondo in cui vive. L’aver costruito un mondo in cui quella simbiosi non è più importante significa aver costruito un mondo in cui la vita stessa non ha più un valore.

Jonathan Zenti

Una delle mie grandi fortune è quella di essere cresciuto in una famiglia un po’ Psycho, un po’ Almodovar. Gente matta e dalle poliedriche preferenze sessuali hanno fatto parte della mia normalità infantile e soprattutto adolescenziale. Aver avuto la possibilità di parlare di figa con mia zia in molteplici occasioni nei miei pomeriggi liceali, sentirmi discriminato in casa per la mia non voluta  eterosessualità, ha sicuramente forgiato il mio difetto di vista, ovvero quello di non riuscire a vedere le “categorie” di persone.
Ogni volta che affronto il tema della discriminazione nei confronti delle persone omosessuali mi annoio da morire, mi sembra sempre di fare un salto indietro nel medioevo. Poi però si scopre che nel medioevo ci vive ancora un sacco di gente.
Quando ho incontrato a Roma Andrea, era da poco stato condannato un adolescente sedicente neonazista, soprannominato svastichella, per una serie di aggressioni ai danni di persone omosessuali, in particolare per aver accoltellato una coppia di ragazzi che passeggiava in pubblico. Quando stavo facendo l’editing del ritratto, invece, ho assistito ad una reazione schifata e infastidita da parte di un non-vedente integralista cattolico ai danni di un’amica transessuale Patti (che per fortuna, con il suo “el to signor el t’ha tirà ia la vista, massa poco, anche le gambe el gavea da cavarte” ha dimostrato di sapersi difendere benissimo).
A me, ad esempio, piacciono tendenzialmente le ragazze un po’ in carne, e mi sento un privilegiato a non dovermi giustificare per questo. Vivrei male il sapere che la gente che ho attorno spende il proprio tempo a pensare, a curiosare con l’immaginazione, a tentare di vedere in quale parte e di chi io vado ad infilare parti del mio corpo. Solo perché non sanno dove mettere il loro.

Chi gliel’ha fatto fare

L’aspetto gioioso e “fru fru” legato all’immaginario omosessuale nasce dalla lotta. Il divertimento è così esasperato perché è sudato, perché costa una fatica quotidiana, anche solo quella di sviare gli occhi delle persone che non sanno guardarsi nei propri pantaloni. La politica del Mario Mieli e la trasgressione di Mucca Assassina sono la stessa cosa: la prima rende possibile la seconda, la seconda è la boccata d’aria necessaria per godersi i risultati della prima. Quando attorno, come spesso mi accade, manca la gente che si diverte, vuol dire che manca la gente che lotta.

Tra le capre che El Conto stava mungendo durante la registrazione, una aveva una sola tetta. El conto mi spiegava che era stata operata qualche tempo prima per una calcificazione della ghiandola mammaria. Quella capra mangiava come le altre, occupava posto in stalla come le altre, ma produceva metà del latte. In qualsiasi altro allevamento “professionale”, sarebbe stata abbattuta.
Il futuro de El Conto era già segnato, forse fin dal momento del suo concepimento. C’è un’azienda che funziona, ci sono soldi che entrano, c’è un mercato, c’è un futuro. El conto ci ha messo tre anni per togliersi la giacca e la cravatta e altri sei per uscire definitivamente dall’azienda. Ha rotto con il suo futuro ed è andato a costruirsene un’altro. Un futuro in salita, e non solo dal punto di vista della pendenza.
Nella vita che era stata disegnata per lui, El Conto avrebbe dovuto dedicare la cura e l’attenzione di cui la capra malata ha goduto al servizio di lavastoviglie o frighi da bar. Ha dato invece a quella capra e alle altre, la possibilità di vivere bene. Loro in cambio gli danno del buon latte, quello che possono e riescono, in modo che lui possa fare del buon formaggio.
Dopo un giornata passata a vedere come El Conto si prende cura dei suoi animali, ho pensato che nella mia vita di tutti i giorni essere trattato da capra è ancora un lontano miraggio.

Chi gliel’ha fatto fare

El conto viveva una vita quotidiana simile alla mia, fino a qualche anno fa. Ora parla di quelle cose per me naturali, di cui non mi accorgo neanche più, come le macchine, il traffico, la fretta, il cellulare, come se fossero cose lontanissime. E, soprattutto, cose da disperati. Sentendolo parlare in quel modo, è abbastanza ridicolo chiedersi cosa gliel’abbia fatto fare. Ma è consolante sapere che basta poco tempo per disintossicarsi da tutto questo.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va a: Azienda Agricola il Baito del Bosco, Azienda Agricola Artoni, Diambra Mariani e Valentina Merzi, Leonardo e l‘osteria La Mandorla.

La storia di Isaac ha origini molto lontane, nel tempo e nello spazio, ma ci riguarda tutti da vicino. Affonda le sue radici nel sud del mondo violentato e deturpato dalle conquiste coloniali del sedicesimo secolo e germoglia nel giardino di casa nostra.
Mostra, anche a chi volge lo sguardo (e l’ascolto) altrove, parte degli effetti della rapina che l’occidente ha perpetrato per secoli (e che continua perpetrare) a danno dei popoli del sud del mondo. Le conseguenze di tale saccheggio bussano alle nostre porte e, riverberandosi nel tempo, giungono fino a noi, incorporate nella vita di chi come Isaac rifiuta di accettare con passivo fatalismo una vita di mera sopravvivenza e decide di lasciare la propria terra d’origine per cercare altrove un esistenza dignitosa per sè e per la propria famiglia; “un futuro che non possiamo sognare”, come ci viene detto.
Il protagonista di questo ritratto, infatti, è fuggito dall’impoverimento del proprio continente con la determinazione di chi ha poco da perdere. Giunto in Italia dopo inimmaginabili sofferenze, però, ha trovato “un altro cielo” ad aspettarlo.
Isaac ha esperito, così, l’azione degradante della migrazione da sud a nord, la propria riduzione a carne da lavoro a basso costo e zero diritti, la trasformazione in manodopera usa e getta, svenduta ogni mattina nel mercato delle braccia, spremuta fino all’esaurimento in un meccanismo razzista di sfruttamento, istituzionalizzato da politiche di stato, che prima o poi verrà esteso a tutte le componenti del mondo del lavoro.
A volerlo ascoltare con attenzione, questo ritratto ci racconta un paese in cui l’80% dei prodotti agricoli quotidianamente consumati sulle tavole delle famiglie proviene da lavoro irregolare, “nero… senza registrazione”; ci descrive un’economia caratterizzata da una sete inesauribile di manodopera immigrata; ci narra l’ordinario razzismo quotidiano e, ancora, ci spiega le alleanze economiche e politiche che la repubblica italiana stringe col regime di turno per esternalizzare il “lavoro sporco” sulla sponda sud del Mediterraneo.
Ma dietro al dato strutturale, ci sono le vite dei tanti Isaac che ogni giorno vengono violentati e spremuti nelle campagne, nelle fabbriche e nei cantieri italiani, ci sono le famiglie straziate dalla migrazione… e c’è la rivolta di Rosarno. “In ogni fiamma c’è un fuoco” e quando la tensione sociale è incontenibile la rabbia esplode, la fiamma si innesca, il fuoco divampa,  illuminando il volto di Spartaco che ogni Isaac, indistintamente dalla comunità nazionale a cui appartiene, custodisce dentro di sè.
Il ritratto di Isaac, infatti, è una storia individuale e, al contempo, una narrazione collettiva: “[…]ogni popolo, ogni individuo migrante, costruisce una storia unica e allo stesso tempo simile ad altre nel corso del suo cammino. Tutti patiscono le stesse sofferenze, affrontano le stesse difficoltà, riescono a sorridere allo stesso modo […]. Si mettono in viaggio, lasciano le proprie case per motivi sostanzialmente identici […] reclamano libertà, cercano lavoro”, lottano.

Chi gliel’ha fatto fare

La crescita delle aspettative delle popolazioni del sud del mondo è uno dei principali propellenti per le migrazioni internazionali, sopratutto nelle generazioni più giovani che compongono queste società. Isaac fa parte delle masse in cammino dalle periferie svuotate ed avvilite ai centri del mondo detentori del potere economico, politico e militare. Il suo percorso rappresenta una forma di resistenza alla soppressione di straordinarie possibilità; la sua migrazione è il doloroso tentativo di rimpossessarsi di un futuro negato; la sua aspirazione, ancorchè inconsapevole, è poter godere dei frutti del lavoro sotratto alla civiltà alla quale appartiene: “trovare un lavoro e vivere una vita nuova, in Italia, con la famiglia, in pace”.Nessun muro fisico o legislativo potrà imbrigliare il suo cammino che è anche quello della storia.
Come sempre avviene l’intervista rappresenta un’occasione unica per l’intervistato per guardarsi dentro, per mettere in ordine i tasselli della propria esistenza, per dipanare il filo della propria vita, per contare i passi del percorso compiuto e per stimare quelli ancora da muovere.
Aprirsi all’altro significa raccontarsi a se stessi e, in questo caso, prendere coscienza che i fatti di Rosarno dimostrano “che dentro di noi c’è qualcosa”, forse un’inesausta lotta anticoloniale.

Francesco Della Puppa

Sul ritratto di Gipi non c’è molto da dire. Andrebbe fatto imparare a memoria nelle scuole al posto de “La Pioggia nel Pineto”. Andrebbe tatuato tutta schiena, parola per parola, sulla pelle di ognuno, e anche tutta faccia e tutta pancia, in modo che lo si possa ripassare ogni volta che ci si guarda allo specchio. Gipi, come Pasolini negli anni ’60, o come Truman Capote negli Stati Uniti o come uno di quei pochi altri intellettuali (o poeti) che ne nascono al massimo uno per generazione (come diceva Alberto Moravia), ha la capacità di vedere attraverso un condotto spazio-temporale iperproiettato verso il futuro. Il fatto che il suo sguardo non sia al centro del dibattito italiano, è un chiaro segno del deterioramento umano e culturale a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni.

Chi gliel’ha fatto fare

a microfono spento Gipi mi ha detto “Io ho la sindrome da personalità dissociata certificata dal reparto di psichiatria dell’ospedale di Lucca: io posso fare quel cazzo che voglio”. Allenare lo sguardo, cercare la profondità, porsi nella condizione di avere torto e usarsi come volano per capire un cambiamento, non è una scelta, è una malattia. È una cosa di cui non si riesce a far finta che non esista, accettando quel non sempre piacevole stigma di essere lo scemo che prova a deviare quando il mondo va in un’altra direzione. Chi ha questa malattia vive all’interno degli effetti che il “corpo” sano produce intorno a sé, e li subisce, li sente addosso, non li vuole. Avere quella malattia, nel caso di Gipi anche non a caso certificata, deve essere una gran bella soddisfazione.

Jonathan Zenti

La ripetizione di un ascolto lo fa diventare, solitamente, continuamente differente rispetto alla prima occasione e rispetto all’ascolto precedente. Il secondo ascolto è differente dal primo (non fosse altro per il fatto che già abbiamo conoscenza del contenuto di ciò che stiamo andando ad ascoltare), il terzo è differente dal secondo e dal primo, e così via. Fa parte del procedere delle cose. Fa parte – anche – del fare diventare il nostro ascoltare “più esperto” rispetto a ciò che ascolta. Fa parte – ancora – delle “sensazioni” che l’ascolto ci da, ogni volta necessariamente differenti; in particolare, l’ascolto di audio documentari, strumenti che poggiano le loro fondamenta sul linguaggio, l’aspetto del divenire processuale di ciò che si ascolta, emerge in maniera forte: il linguaggio genera delle realtà che sono continuamente mutevoli.
L’ascolto di “Ritratto 03 – Paola” ha in sé la forza di generare costantemente nuovi pensieri, nuovi significati rispetto alla parola “violenza”, “tutela”, “curiosità”. I protagonisti di questo ascolto sono tre: Monica, la figlia di Paola, vittima di violenza domestica; Gianpaolo, il suo convivente, che ora sta scontando una pena per aver commesso la violenza che l’ha uccisa e che quella sera chiede “Non mettete le sirene perché qui la gente è curiosa e tutti escono a vedere cosa è successo”; Paola, che ammette “io sono qui che parlo, ma sapeste quanta fatica”. Ciò che fa Paola va nella direzione ostinatamente contraria rispetto alla richiesta di Gianpaolo e rispetto al copione che si trovano a recitare le donne vittime di violenza. Paola conosce il copione, sa che ad un certo punto “subentra la sottomissione..piano piano si stringono, si rimpiccioliscono, subiscono..si chiudono..si abituano, diventa una cosa normale, quotidiana, non hanno più la forza di agire quindi subiscono e succede la catastrofe”. Paola fa quello che fa con uno scopo bene preciso; nelle sue parole emerge la fatica, che si fa forza, emerge la volontà di prendere in mano ciò che le è accaduto per caso e trasformarlo in un’occasione per fare in modo che non sia solo il caso a guidare ciò che accade, ma che possiamo crearci lo spazio per fare delle scelte, per “ingrandirci” invece che “rimpicciolirci”. Ecco la scelta di parlare ed ecco la scelta, nella fatica, di far sentire la richiesta d’aiuto – non gestita (usando un termine che spaventa – non ascoltata) che Monica fa la sera prima di essere uccisa.
La ripetizione di questo ascolto, personalmente, ha la caratteristica – tutt’ora per me non conciliabile con la processualità, con ciò che ad ogni ascolto il linguaggio genera, dunque, inspiegabile – di farmi sentire ogni volta la stessa “sensazione”, fisica.
Credo si avvicini alla fatica di cui parla Paola.

Chi gliel’ha fatto fare

Uno dei molteplici ascolti del ritratto “Paola” ho avuto occasione di farlo in un’aula universitaria. Paola era seduta in cattedra, e per lei era il primo ascolto. Era lì per parlare di ciò che fa ora, di come ha deciso di costruire le sue scelte future a partire dall’evento della morte di sua figlia. Alcune di queste scelte, la maggior parte, vanno nella direzione di mettere le sirene, non per creare “curiosità” quanto piuttosto per costruire un percorso in cui la gente non si limiti a “vedere cosa è successo” ma che intervenga attivamente nella gestione di situazioni di questo tipo. Quando Monica chiede “altri modi per tutelarmi non ne ho?”, in virtù di cosa noi siamo in grado di stabilire che la via per tutelarla è una e soltanto una (e, come si vede, inefficace)?

Anna Girardi

All’inizio il Ritratto del prof. Casarrubbea non mi convinceva per niente. L’obiettivo di Ritratti (o si muore) era di immettere nel dibattito anche degli elementi di Storia diversi da quelli che ci vengono propinati a scuola e nelle università. Però i primi tre quarti non mi convincevano. Una lista sbrodolata di fatti (quelli concreti, quelli documentati) di intrecci lerci e sadici tra la prima potenza mondiale, la mafia, il cosiddetto “banditismo siciliano”, l’eversione nera, la Democrazia Cristiana, il Vaticano… Cose che ho assimilato nei miei anni passati a leggere libretti indipendenti nei centri sociali mentre quelli fighi si facevano le canne e/o le ragazze che mi piacevano. Ad un ascolto più riposato, però, mi sono reso conto della forza che la storia personale del prof. Casrrubbea prende negli ultimi 3 minuti di documentario. Di tutta quello sbrodolamento si Storia sporca non è importante solo la lista di intrighi e interessi di potere del secolo passato, ma anche la fatica, l’enorme fatica nel non fare finta di vedere quelle prospettive dentro l’armadio. Un po’ come quando cade una pallina rimbalzina sul pavimento e si fa di tutto per metterci sopra un piede, fermarla prima che sparisca sotto il divano per sempre. Una fatica lunga una vita, una fatica a cui non siamo più allenati, bravi come siamo a fare i turisti spostandosi da una fatica all’altra senza conoscerne la profondità.

Chi gliel’ha fatto fare

Il prof. Casarrubbea non lo sa. La conclusione più istintiva è che lo faccia “per passione”, ma questo non vuol dire niente. Ci sono anche inetti che lo sono per passione. Io penso che sia qualcosa legato al momento in cui si muore, in cui si paga il conto e si fa strisciata definitiva del postamat della vita. C’è un momento (io vivo nell’ossessione di quel momento, ed è per questo che ho smesso di giocare a carte) in cui in un lampo ti chiedi che cazzo hai fatto tutta la vita. Non è il romantico vedersi scorrere ogni attimo, è un banalissimo file excel fatto di più e meno. Ecco, secondo me, se non facesse tutto ciò che fa, in quel momento il prof. Casarrubbea non se lo perdonerebbe.

Jonathan Zenti

Tra le più di 50 storie raccolte per il progetto Ritratti (o si muore), quella di Angela si è autoselezionata come la prima, la “zerouno”. Lo è diventata, nel tempo, da sola.
Gli audio documentari hanno le loro fondamenta nel linguaggio (questo li differenzia dal sound scaping, ad esempio). Angela è italiana, senza dubbio. Lo è da 84 anni, oggi. Come dice lei stessa, “non sa ne lecc’r ne scrivv’r”. Il suo italiano parlato, formatosi tra Martina Franca, la Toscana e il Veneto, ha poco a che vedere con “l’italiano” che la nostra generazione ha assimilato nelle scuole di stato: al di là dei contenuti, è pieno di quello che per 80 anni è anche stata l’Italia. C’è la guerra, l’amnistia, la civiltà arcaica, la migrazione da sud, l’egemonia cattolica, le case popolari, la violenza domestica, il lavoro incessabile, la figliolanza. È molto più “italiano” de “l’italiano”.
Angela la conosco da quando sono molto piccolo, madre di amici di famiglia. Poche settimane prima di chiederle l’intervista ha visto mia madre al mercato, le ha corso dietro e ha tirato fuori dalla borsa una bustina kukigelo piena di “tarallucc’”. Ogni tanto me ne arriva una piena di “orecchiett’”. Dice che ne tiene sempre con sé nella borsa perché tanto la gente glieli chiede sempre. Di lei sapevo qualche aneddoto da dopo cena, aneddoto nel quale spesso ricorreva la parola “fuitina”. E anche in questa parola c’è molto dell’Italia. C’è tutta quell’arte di ritinteggiare lo schifo di cui siamo fatti, la stessa che ci continua a far chiamare “colonie” i campi di sterminio italiani in Africa durante il ventennio. L’intento del ritratto era quello di farsi raccontare quella parola, di sentire Angela cucirne la storia con il suo italiano di strada e di “Case Rosse” (il caseggiato popolare più noto nella periferia Sud di Verona). Il gancio, come spesso accade in Italia, è stata la cucina. Io le ho spiegato come mia nonna fa le “fritole”, lei come fa i tarallucc’. Io le ho parlato della grappa e lei del liquore all’erba luicc’. E poi da lì è partito il nostro viaggio nel suo mondo.

Chi gliel’ha fatto fare?

Dopo il racconto della genesi del suo fidanzamento e della sua “vita male”, le ho visto brillare gli occhi in due occasioni: una era per il racconto di Paolo Brosio e la Madonna di Mejugorie (e questo lo lascerei da parte, troppo impegnativo per me), l’altra era per la descrizione della sua vita di madre. Angela ha partorito 10 figli. Da sola, ha generato vita più di tutti gli amici e conoscenti miei coetanei. Credo che in qualche modo questo abbia a che fare con la “cattività”. Una vita in condizioni selvagge e primordiali, genera in qualche modo una passione per la vita in arrivo che io non conosco nemmeno lontanamente. Tra i pezzi tagliati dal ritratto, c’è il racconto di come il marito di Angela, ubriaco, abbia tenuto la sua ultima figlia a penzoloni fuori dalla finestra del 4° piano, minacciando di buttarla di sotto. Quand’è successo che la condizione necessaria per mettere al mondo è diventata garantire ai figli “una certa sicurezza/una certa stabilità?”

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va a: Angela, Loredana Gallina, Silvia Zanolla, Maria Gallina.

“Ode al Marsala” è l’inizio di un viaggio.

È la coperta di Linus. È un moto di ribellione. È un gesto di emancipazione mediatica. È Neo di Matrix che esce dalla placenta e prova a ricercare il respiro. È la voglia di andare a crearsi un’immagine del proprio paese diversa da quella che ogni giorno subivo, sentivo , assorbivo dalla tv, dalla radio, dai giornali e da chi li aveva letti.
Volevo costruire un’idea del paese in cui, senza chiederlo e volerlo, sono nato, che  fosse libera da un “pagamento”. Che non fosse creata da una continua generazione di conflitti finalizzata alla vendita di spazi pubblicitari.
È un gesto cattivo, il pugno dato nelle palle allo scippatore che si sta prendendo una borsetta che è tua. “Io voglio costruire, dell’Italia, un ricordo diverso”.

Cercare tracce di Garibaldi a Marsala è come cercare tracce di Stalin in Ucraina. Parlando con la gente del posto sembra che lo sbarco dei Mille sia la più grande disgrazia mai capitata in quella terra. Un vecchietto dice, nel prologo “La Sicilia doveva essere lasciata indipendente, come la Svizzera”. Come se lIitalia fosse in mezzo ai due paesi non solo geograficamente, ma anche storicamente. Di sicuro la mafia avrebbe risparmiato benzina per andare a mettere i soldi in banca. Ma la cosa che mi incuriosiva di più è che le frasi sono le stesse che sento dire ai miei conterranei Veneti. L’odio nei confronti di Garibaldi è il primo elemento di Unità che trovo nel mio percorso. Gli altri li scoprirò strada facendo.

Buon viaggio.