Tra le più di 50 storie raccolte per il progetto Ritratti (o si muore), quella di Angela si è autoselezionata come la prima, la “zerouno”. Lo è diventata, nel tempo, da sola.
Gli audio documentari hanno le loro fondamenta nel linguaggio (questo li differenzia dal sound scaping, ad esempio). Angela è italiana, senza dubbio. Lo è da 84 anni, oggi. Come dice lei stessa, “non sa ne lecc’r ne scrivv’r”. Il suo italiano parlato, formatosi tra Martina Franca, la Toscana e il Veneto, ha poco a che vedere con “l’italiano” che la nostra generazione ha assimilato nelle scuole di stato: al di là dei contenuti, è pieno di quello che per 80 anni è anche stata l’Italia. C’è la guerra, l’amnistia, la civiltà arcaica, la migrazione da sud, l’egemonia cattolica, le case popolari, la violenza domestica, il lavoro incessabile, la figliolanza. È molto più “italiano” de “l’italiano”.
Angela la conosco da quando sono molto piccolo, madre di amici di famiglia. Poche settimane prima di chiederle l’intervista ha visto mia madre al mercato, le ha corso dietro e ha tirato fuori dalla borsa una bustina kukigelo piena di “tarallucc’”. Ogni tanto me ne arriva una piena di “orecchiett’”. Dice che ne tiene sempre con sé nella borsa perché tanto la gente glieli chiede sempre. Di lei sapevo qualche aneddoto da dopo cena, aneddoto nel quale spesso ricorreva la parola “fuitina”. E anche in questa parola c’è molto dell’Italia. C’è tutta quell’arte di ritinteggiare lo schifo di cui siamo fatti, la stessa che ci continua a far chiamare “colonie” i campi di sterminio italiani in Africa durante il ventennio. L’intento del ritratto era quello di farsi raccontare quella parola, di sentire Angela cucirne la storia con il suo italiano di strada e di “Case Rosse” (il caseggiato popolare più noto nella periferia Sud di Verona). Il gancio, come spesso accade in Italia, è stata la cucina. Io le ho spiegato come mia nonna fa le “fritole”, lei come fa i tarallucc’. Io le ho parlato della grappa e lei del liquore all’erba luicc’. E poi da lì è partito il nostro viaggio nel suo mondo.

Chi gliel’ha fatto fare?

Dopo il racconto della genesi del suo fidanzamento e della sua “vita male”, le ho visto brillare gli occhi in due occasioni: una era per il racconto di Paolo Brosio e la Madonna di Mejugorie (e questo lo lascerei da parte, troppo impegnativo per me), l’altra era per la descrizione della sua vita di madre. Angela ha partorito 10 figli. Da sola, ha generato vita più di tutti gli amici e conoscenti miei coetanei. Credo che in qualche modo questo abbia a che fare con la “cattività”. Una vita in condizioni selvagge e primordiali, genera in qualche modo una passione per la vita in arrivo che io non conosco nemmeno lontanamente. Tra i pezzi tagliati dal ritratto, c’è il racconto di come il marito di Angela, ubriaco, abbia tenuto la sua ultima figlia a penzoloni fuori dalla finestra del 4° piano, minacciando di buttarla di sotto. Quand’è successo che la condizione necessaria per mettere al mondo è diventata garantire ai figli “una certa sicurezza/una certa stabilità?”

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va a: Angela, Loredana Gallina, Silvia Zanolla, Maria Gallina.

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