La ripetizione di un ascolto lo fa diventare, solitamente, continuamente differente rispetto alla prima occasione e rispetto all’ascolto precedente. Il secondo ascolto è differente dal primo (non fosse altro per il fatto che già abbiamo conoscenza del contenuto di ciò che stiamo andando ad ascoltare), il terzo è differente dal secondo e dal primo, e così via. Fa parte del procedere delle cose. Fa parte – anche – del fare diventare il nostro ascoltare “più esperto” rispetto a ciò che ascolta. Fa parte – ancora – delle “sensazioni” che l’ascolto ci da, ogni volta necessariamente differenti; in particolare, l’ascolto di audio documentari, strumenti che poggiano le loro fondamenta sul linguaggio, l’aspetto del divenire processuale di ciò che si ascolta, emerge in maniera forte: il linguaggio genera delle realtà che sono continuamente mutevoli.
L’ascolto di “Ritratto 03 – Paola” ha in sé la forza di generare costantemente nuovi pensieri, nuovi significati rispetto alla parola “violenza”, “tutela”, “curiosità”. I protagonisti di questo ascolto sono tre: Monica, la figlia di Paola, vittima di violenza domestica; Gianpaolo, il suo convivente, che ora sta scontando una pena per aver commesso la violenza che l’ha uccisa e che quella sera chiede “Non mettete le sirene perché qui la gente è curiosa e tutti escono a vedere cosa è successo”; Paola, che ammette “io sono qui che parlo, ma sapeste quanta fatica”. Ciò che fa Paola va nella direzione ostinatamente contraria rispetto alla richiesta di Gianpaolo e rispetto al copione che si trovano a recitare le donne vittime di violenza. Paola conosce il copione, sa che ad un certo punto “subentra la sottomissione..piano piano si stringono, si rimpiccioliscono, subiscono..si chiudono..si abituano, diventa una cosa normale, quotidiana, non hanno più la forza di agire quindi subiscono e succede la catastrofe”. Paola fa quello che fa con uno scopo bene preciso; nelle sue parole emerge la fatica, che si fa forza, emerge la volontà di prendere in mano ciò che le è accaduto per caso e trasformarlo in un’occasione per fare in modo che non sia solo il caso a guidare ciò che accade, ma che possiamo crearci lo spazio per fare delle scelte, per “ingrandirci” invece che “rimpicciolirci”. Ecco la scelta di parlare ed ecco la scelta, nella fatica, di far sentire la richiesta d’aiuto – non gestita (usando un termine che spaventa – non ascoltata) che Monica fa la sera prima di essere uccisa.
La ripetizione di questo ascolto, personalmente, ha la caratteristica – tutt’ora per me non conciliabile con la processualità, con ciò che ad ogni ascolto il linguaggio genera, dunque, inspiegabile – di farmi sentire ogni volta la stessa “sensazione”, fisica.
Credo si avvicini alla fatica di cui parla Paola.

Chi gliel’ha fatto fare

Uno dei molteplici ascolti del ritratto “Paola” ho avuto occasione di farlo in un’aula universitaria. Paola era seduta in cattedra, e per lei era il primo ascolto. Era lì per parlare di ciò che fa ora, di come ha deciso di costruire le sue scelte future a partire dall’evento della morte di sua figlia. Alcune di queste scelte, la maggior parte, vanno nella direzione di mettere le sirene, non per creare “curiosità” quanto piuttosto per costruire un percorso in cui la gente non si limiti a “vedere cosa è successo” ma che intervenga attivamente nella gestione di situazioni di questo tipo. Quando Monica chiede “altri modi per tutelarmi non ne ho?”, in virtù di cosa noi siamo in grado di stabilire che la via per tutelarla è una e soltanto una (e, come si vede, inefficace)?

Anna Girardi

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