Sul ritratto di Gipi non c’è molto da dire. Andrebbe fatto imparare a memoria nelle scuole al posto de “La Pioggia nel Pineto”. Andrebbe tatuato tutta schiena, parola per parola, sulla pelle di ognuno, e anche tutta faccia e tutta pancia, in modo che lo si possa ripassare ogni volta che ci si guarda allo specchio. Gipi, come Pasolini negli anni ’60, o come Truman Capote negli Stati Uniti o come uno di quei pochi altri intellettuali (o poeti) che ne nascono al massimo uno per generazione (come diceva Alberto Moravia), ha la capacità di vedere attraverso un condotto spazio-temporale iperproiettato verso il futuro. Il fatto che il suo sguardo non sia al centro del dibattito italiano, è un chiaro segno del deterioramento umano e culturale a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni.

Chi gliel’ha fatto fare

a microfono spento Gipi mi ha detto “Io ho la sindrome da personalità dissociata certificata dal reparto di psichiatria dell’ospedale di Lucca: io posso fare quel cazzo che voglio”. Allenare lo sguardo, cercare la profondità, porsi nella condizione di avere torto e usarsi come volano per capire un cambiamento, non è una scelta, è una malattia. È una cosa di cui non si riesce a far finta che non esista, accettando quel non sempre piacevole stigma di essere lo scemo che prova a deviare quando il mondo va in un’altra direzione. Chi ha questa malattia vive all’interno degli effetti che il “corpo” sano produce intorno a sé, e li subisce, li sente addosso, non li vuole. Avere quella malattia, nel caso di Gipi anche non a caso certificata, deve essere una gran bella soddisfazione.

Jonathan Zenti

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