La storia di Isaac ha origini molto lontane, nel tempo e nello spazio, ma ci riguarda tutti da vicino. Affonda le sue radici nel sud del mondo violentato e deturpato dalle conquiste coloniali del sedicesimo secolo e germoglia nel giardino di casa nostra.
Mostra, anche a chi volge lo sguardo (e l’ascolto) altrove, parte degli effetti della rapina che l’occidente ha perpetrato per secoli (e che continua perpetrare) a danno dei popoli del sud del mondo. Le conseguenze di tale saccheggio bussano alle nostre porte e, riverberandosi nel tempo, giungono fino a noi, incorporate nella vita di chi come Isaac rifiuta di accettare con passivo fatalismo una vita di mera sopravvivenza e decide di lasciare la propria terra d’origine per cercare altrove un esistenza dignitosa per sè e per la propria famiglia; “un futuro che non possiamo sognare”, come ci viene detto.
Il protagonista di questo ritratto, infatti, è fuggito dall’impoverimento del proprio continente con la determinazione di chi ha poco da perdere. Giunto in Italia dopo inimmaginabili sofferenze, però, ha trovato “un altro cielo” ad aspettarlo.
Isaac ha esperito, così, l’azione degradante della migrazione da sud a nord, la propria riduzione a carne da lavoro a basso costo e zero diritti, la trasformazione in manodopera usa e getta, svenduta ogni mattina nel mercato delle braccia, spremuta fino all’esaurimento in un meccanismo razzista di sfruttamento, istituzionalizzato da politiche di stato, che prima o poi verrà esteso a tutte le componenti del mondo del lavoro.
A volerlo ascoltare con attenzione, questo ritratto ci racconta un paese in cui l’80% dei prodotti agricoli quotidianamente consumati sulle tavole delle famiglie proviene da lavoro irregolare, “nero… senza registrazione”; ci descrive un’economia caratterizzata da una sete inesauribile di manodopera immigrata; ci narra l’ordinario razzismo quotidiano e, ancora, ci spiega le alleanze economiche e politiche che la repubblica italiana stringe col regime di turno per esternalizzare il “lavoro sporco” sulla sponda sud del Mediterraneo.
Ma dietro al dato strutturale, ci sono le vite dei tanti Isaac che ogni giorno vengono violentati e spremuti nelle campagne, nelle fabbriche e nei cantieri italiani, ci sono le famiglie straziate dalla migrazione… e c’è la rivolta di Rosarno. “In ogni fiamma c’è un fuoco” e quando la tensione sociale è incontenibile la rabbia esplode, la fiamma si innesca, il fuoco divampa,  illuminando il volto di Spartaco che ogni Isaac, indistintamente dalla comunità nazionale a cui appartiene, custodisce dentro di sè.
Il ritratto di Isaac, infatti, è una storia individuale e, al contempo, una narrazione collettiva: “[…]ogni popolo, ogni individuo migrante, costruisce una storia unica e allo stesso tempo simile ad altre nel corso del suo cammino. Tutti patiscono le stesse sofferenze, affrontano le stesse difficoltà, riescono a sorridere allo stesso modo […]. Si mettono in viaggio, lasciano le proprie case per motivi sostanzialmente identici […] reclamano libertà, cercano lavoro”, lottano.

Chi gliel’ha fatto fare

La crescita delle aspettative delle popolazioni del sud del mondo è uno dei principali propellenti per le migrazioni internazionali, sopratutto nelle generazioni più giovani che compongono queste società. Isaac fa parte delle masse in cammino dalle periferie svuotate ed avvilite ai centri del mondo detentori del potere economico, politico e militare. Il suo percorso rappresenta una forma di resistenza alla soppressione di straordinarie possibilità; la sua migrazione è il doloroso tentativo di rimpossessarsi di un futuro negato; la sua aspirazione, ancorchè inconsapevole, è poter godere dei frutti del lavoro sotratto alla civiltà alla quale appartiene: “trovare un lavoro e vivere una vita nuova, in Italia, con la famiglia, in pace”.Nessun muro fisico o legislativo potrà imbrigliare il suo cammino che è anche quello della storia.
Come sempre avviene l’intervista rappresenta un’occasione unica per l’intervistato per guardarsi dentro, per mettere in ordine i tasselli della propria esistenza, per dipanare il filo della propria vita, per contare i passi del percorso compiuto e per stimare quelli ancora da muovere.
Aprirsi all’altro significa raccontarsi a se stessi e, in questo caso, prendere coscienza che i fatti di Rosarno dimostrano “che dentro di noi c’è qualcosa”, forse un’inesausta lotta anticoloniale.

Francesco Della Puppa

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