Nell’ascoltare le argomentazioni dei Serenissimi risulta difficile non provare un istintivo moto di empatia per il loro gesto. La riconquista di un simbolo come il campanile di San Marco, aldilà delle connotazioni “campanilistiche”, ha effettivamente proiettato i suoi protagonisti in un immaginario internazionale, così come era nelle loro intenzioni. Ora nel pantheon venetico, accanto al mercante Shylock e al Mann più decadente, grazie ad un misto di audacia, goffaggine ed improntitudine, siederanno anche loro, per le decadi a venire. E le motivazioni addotte, ben lungi dall’essere meschine o autoreferenziali, riescono persino a brillare di un idealismo che ricondurrei alla pratica della “fondazione del mito”: ricercare nel passato il punto di svolta, “l’Età dell’oro”, successivamente alla quale tutto è peggiorato, e lottare per recuperarla. Lo stesso idealismo che traspariva, durante l’intervista, dalle gigantografie di Jim Morrison e Che Guevara (“uno che ha lottato per il suo popolo”) che imperavano nel loro covo. Ma i presupposti ideologici dei Serenissimi tradiscono la stessa patologia globalizzante che vorrebbero combattere. La ricerca del gesto eclatante come tentativo di costruzione di consenso, l’atto dimostrativo che invece di mettere in campo “un milione di baionette” fa sbarcare un solitario trattore camuffato da armamento contemporaneo. E ancora l’implicito riferimento ad un potere, sia pur esso sovranazionale, che amministri addirittura il proprio dissenso, entrando in conflitto con la spinta rivoluzionaria.
La de-costruzione del sentimento di responsabilità individuale, l’atomizzazione della società, la sudditanza psicologica tradita dall’ansia di apparire prima ancora di essere ciò che si vuole tornare ad essere, dato che è relegato nel passato, è esattamente lo “spirito del tempo” a cui ha condotto la “globalizzazione senza cosmopolitismo”. La storia delle prime attività del Veneto Serenissimo Governo è il simbolo del divario tra un passato orgogliosamente epico ed un presente cinico fatto di politica degli annunci. Un presente che si appropria dei simboli inventati e li riutilizza, inverandoli, così com’è stato riciclato il Tanko, esposto a fronte ai plotoni di fantaccini settecenteschi con grottesco anacronismo, in una rievocazione storica tra il cosplay e una banda armata puramente post-dadaista.

Chi gliel’ha fatto fare?

Dopo Tangentopoli, il cambiamento degli equilibri di potere ha costretto la politica a scendere a patti con spinte sociali rimaste a lungo sotto silenzio. La sensazione che i confini italiani fossero definitivamente destituiti del significato di “patria” ha spinto gli indipendentisti a ribadire quelli che avevano in mente loro, minacciando l’uso della forza. Ancora oggi, nonostante il processo e la detenzione, il ricorso alla violenza viene adombrato come opzione possibile in caso di minaccia ad una futuribile nazione veneta. I Serenissimi hanno proseguito le proprie attività anche dopo il carcere, scegliendosi per sede un luogo simbolo come Longarone, nei pressi della diga del Vajont. A giudicare dalla testardaggine con cui viene richiesta una cosiddetta “liberazione dei territori” ancora di là da venire, il movente dei Serenissimi, qualsiasi esso fosse, non ha trovato, nella risposta dello Stato, alcun motivo per cessare.

Alessandro Longo

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