Vivere con “l’atteggiamento del turista” è molto semplice, e ci tenta in continuazione. Andare in un posto, farci stupire dalla bellezza che si vede, prenderne piccoli morsi qua e là e poi tornare, gongolandosi sull’amaca del “che bello sarebbe se”.
Diverso è andare in un posto e restarci. Rimanerci, quando l’ebrezza delle cose belle evapora ed affiora la quotidianità, nella sua ripetitività o nella sua durezza. Andare in profondità, migliorare nel ripetersi, porsi come obiettivo il diventare parte di un nuovo luogo, anche quando nuovo non lo è più. Li abbiamo attorno noi, le persone che hanno deciso di fare questo, emigrando in Italia dall’Africa, dall’Asia, dal Sudamerica, dall’Est Europa.
Simone l’ha fatto, e l’ha fatto per scelta. Ha girato mezzo mondo con il suo zaino in spalla e poi si è fermato in un punto: la striscia di terra che unisce Kenya, Etiopia e Somalia.
Ha seguito un suo regresso personale (si usa qui “regresso” in opposizione a “progresso”, verso cui il mondo sembra sempre tendere).È partito dal bagno con l’acqua calda e corrente, ed ha scelto di finire a farsi i chilometri per prendere l’acqua. È partito da un tetto sulla testa, ed è finito  in una capanna. È partito dal microonde e si è messo a cucinare sulle braci roventi in mezzo alla savana kenyana.
“Le paure sono i nostri limiti: quello di cui abbiamo paura è quello che non riusciamo a fare”. Simone le paure se le è tolte di dosso una per una, come i vestiti. Si è tolto di dosso tutto ciò di cui può essere fatto un ragazzo benestante dell’alto padano, tutto ciò di cui deve aver bisogno. “Se io non ho niente, non mi portano via niente”. Si è cercato un angolo di mondo dove (ancora per poco) un essere umano può vivere restando un essere umano, senza il contorno.
Il viaggio di Simone non è solo quello fisico, da Varese, Italia ad Isiolo, Kenya, ma è anche un viaggio verso l’abbandono di ogni sicurezza. Anche quella del poter tornare, ad un certo punto, a casa.

Chi gliel’ha fatto fare?

Sicuramente Simone è rimasto affetto da quello che comunemente si chiama il “Mal d’Africa”. Quello che quando ti allontani comincia a far zampillare la nostalgia dallo stomaco. Che non è la “saudagi”, cioè la mancanza di casa, ma è il maledirsi per essere tornati. È anche solo una questione di colori. Dopo aver visto le vaste distese che circondano il Mountain Kenya, il grigio schifido che circonda l’aereoporto di Malpensa fa rimpiangere il non aver preso un biglietto di sola andata.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento per l’accoglienza, l’amore e le Tusker Malt va a Simone Vallese e la sua splendida famiglia Turcana, a chi ha condiviso quel viaggio nel nulla (Nasteah, Cecilia, Susan, Lociuch, Max) e ad AIDOS e Audiodoc che hanno reso possibile quella esperienza.
Un ringraziamento speciale va a Tommaso Colliva per aver sconfitto il rumore di sottofondo della Jeep e aver reso il ritratto ascoltabile.

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