Mario è un sopravissuto. Un superstite di una guerra in cui ogni cento “soldati” ne morivano ottanta, e solo venti rimanevano vivi.
Il prezzo in vite che il capitalismo ha voluto in cambio della liberazione dal nazifascismo è invisibile, non si vede. Non è un proiettile in fronte, ma sono centinaia di schegge invisibili all’occhio mischiate nel sangue, incastonate negli organi. Una bomba a grappolo via inalazione.
L’uomo ha iniziato ad avere paura di se stesso, del suo potenziale autodistruttivo, non solo a causa di Hiroshima. L’amianto è una fibra minerale creata dall’uomo, in grado di resistere a tutto. Alle altissime temperature e al sistema immunitario. All’uomo, che l’ha creato. L’uomo muore, l’amianto rimane.
Mario e i suoi colleghi non si chiedevano che cosa stessero facendo quando raschiavano i forni pieni di amianto, quando usavano il metacloro etano (oggi proibito), quando usavano la trielina come acqua corrente. I loro contratti prevedevano che il 27 del mese avrebbero percepito uno stipendio e, clausola implicita, avrebbero dovuto pensare solo a quello, a quella briciola di torta che si sarebbero potuti godere fino al 27 successivo. Senza fare domande, in un silenzio complice.
La storia dell’amianto (e degli latri veleni) in Italia è una storia sporca, perché nessuno ne esce pulito. Non ne escono puliti sicuramente quelli che per nove hanni hanno ignorato una direttiva europea che metteva al bando l’utilizzo dell’amianto, chi ha procrastinato le scadenze per potersi svuotare i magazzini o rivendere i magazzini pieni. Ma nemmeno chi lo utilizzava tutti i giorni, chi tornava a casa la sera e si spolverava sul divano incellophanato dove qualche minuto più tardi i figli si sarebbero messi a guardare il carosello sulla TV presa a cambiali. Se ad esempio un giorno sarà reso evidente il danno provocato alla salute dall’utilizzo dei telefoni cellulari, potrò io dirmi innocente del tutto, dopo averli comprati, usati, finanziati, regalati, suggeriti ad altri, senza mai essermi chiesto “perché li sto usando?”

Chi gliel’ha fatto fare?

A Mario gliel’ha fatto fare la rabbia, e si sente dalla sua voce. La rabbia per aver mandato a morte i ragazzi, gli uomini, i padri che dipendevano da lui. L’incazzatura per aver premuto il grilletto senza che nessuno gli dicesse che quella era una pistola. Essere un “uomo morto che cammina” non significa solo aspettare il palesarsi di un tumore, ma anche essere stato parte di altri corpi morti sotto la propria responsabilità.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va al Lab Desir di Feltre per l’ospitalità e al sito Dolomiti Toxic Tour per le informazioni.

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