Quando ero alle scuole elementari, avevo un compagno di classe un po’ tonto, di nome Paolo. Quando sentivo parlare le mamme degli altri bambini tra loro, dicevano, con una risata rassegnata, che “Chel lì el pol nar solo nei campi”.
Il lavoro dei campi in Italia da un lato è stato denigrato e umiliato da un punto di vista sociale e culturale, dall’altro è stato relegato a fossilizzarsi nel passato senza che vi fossero incentivi e finanziamenti per far diventare quel lavoro moderno e futuribile. Ed è anche per questo che se pensiamo alla Sardegna, pensiamo al pecoraio analfabeta che passa giorni e notti fuori al pascolo. Tutti i governi sono sempre stati pronti a salvare la Fiat o la Montedison dai loro fallimenti, ma non hanno mai dato vita a nessun investimento nella ricerca agricola, come se poi una volta seduti a tavola ci nutrissimo di spinterogeni o petroli.
Gianni, a causa della sua testardaggine sarda, quella ricerca se l’è fatta per conto suo. Ha preso la verdura da terra e l’ha alzata dal suolo, per non devastare il terreno. Ha sperimentato l’irrigazione goccia a goccia per non sprecare l’acqua. Non si è mai fermato nemmeno davanti alla noisissima e lobbistica burocrazia agricola, di fronte ad ogni ostacolo si è inventato un modo per superarlo. Ha usato le alghe come base per la cultura e, una volta diventato illegale usarle per motivi ambientali, si è inventato un terreno alternativo. Ha costruito un forno che brucia non le foreste o i combustibili fossili, ma gli scarti della lavorazione dell’industria alimentare e dolciaria.
Il risultato di quella testardaggine la puoi trovare negli occhi sbarrati di chi mette in bocca uno dei suoi pomodorini (eravamo in tre a fare quel ritratto e a tutti e tre quasi ci uscivano gli occhi dalle orbite una volta che quel sapore ha incontrato la nostra lingua).

Chi gliel’ha fatto fare: Gianni racconta che, mentre lavorava in un ufficio tecnico che faceva grandi opere, aveva capito che opere non se ne sarebbero più fatte e che il nuovo stimolo gli veniva dall’affrontare una vita nuova, ritornando nella campagna che era stata di suo padre. È un elemento che ricorre in “Ritratti”. C’era un “futuro” che in realtà futuro non ne aveva, era solo una speculazione selvaggia temporanea. Simboleggiata dall’idiozia di aver tentato di costruire un’Italia industriale in un paese senza materie prime, e aver lasciato a loro stesse le più grande risorse che abbiamo: la terra ed il sole. Gianni è ritornato da là ed è ripartito, prendendo quello che c’era e che nei millenni è stato costruito, e facendo un passo. Non di lato, ma in avanti.
Vedere girare attorno alla sua azienda persone che lavorano e che hanno poco più di vent’anni, fanno immaginare che si possa costruire un nuovo futuro ripartendo da dove ci eravamo sbagliati.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale va a Gianni, Lucia, Monica, Manuela, Vincenzo, al pesto prodotto dall’intera filiera Collu, a Carlo e alla Pecora in cappotto.

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