Parlare di “bellezza” è sempre un rischio. Perchè la bellezza non esiste, è soggettiva. Per imporla, per dire che cosa sia la bellezza, bisogna mettersi sul piano dell’avere torto o ragione, di imporre una definizione alla quale sottostare o far sottostare.
Di sicuro qualcuno c’è che guardando il golfo di Augusta, in provincia di Siracusa, prova un senso di bellezza. La bellezza del divorare, del distruggere, dello sfruttare, dello schiacciare. La bellezza della forza, della devastazione, del nichilismo. Del guardare un animale che muore, un pesce che soffoca.
La stessa bellezza negli occhi di un bambino che ti riporta un soprammobile rotto, con lo sguardo fiero e colpevole che dice “sono stato io, mi dispiace, ma è stato fighissimo”.
Ci deve essere qualcuno per cui la vista della Casa Comune di Augusta rovina il panorama di camini, ciminiere, ferro, acciaio, cemento, fumi, morte.
La gente che parte e torna, sbarca, passa, attraversa dal porto di Augusta, pensa che sia quella la bellezza. La costruisce, ogni giorno, da sessantanni. La costruiscono ora, mentre tutto si chiude e si sfalda, mentre si smonta l’impianto del progresso mancato (guai a chiamarlo fallimento).
E per quelle stesse persone il lavoro di Alessio e della Casa Comune è brutto, orrendo, inguardabile, patetico.
La parte importante del lavoro di Alessio è l’esistenza, l’esserci, il continuare ad esserci. Essere l’erba che cresce tra gli autobloccanti, l’edera sui muri, la crepa nel cemento, l’onda che scavalca la diga. Anche se in quel porto le forze in campo sono spropositate (e questo lo si vede anche in termini di cubatura), l’esserci nonostante tutto, essere una variante, un’alternativa e una possibilità, significa non aver dato a nessuno la soddisfazione della vittoria.

Chi gliel’ha fatto fare?

Da posti come Augusta la gente se ne va. Se ne va a studiare nelle università del nord (impazzendo dietro crediti e voti per stare nei parametri delle borse di studio, senza capire che cazzo stanno studiando), nelle capitali europee. Lì, ad Augusta, non ci stanno, perché tutto sta andando in rovina. Alessio dice “io abito questo angolo di mondo, ma abito il mondo”. Se non si fa niente per salvaguardare il posto in cui si sta, cadrà in rovina anche il posto in cui si andrà.

Jonathan Zenti

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