Ai margini di Roma, come nelle aree liminali di molte altre città italiane, sorgeva un “ghetto di lamiera e carta”, è Casilino 900.
Attraverso i racconti dei suoi abitanti scopriamo, così, che nel cuore del paese, a 150 anni dalla sua nascita, si esperiscono condizioni esistenziali da Sud del mondo: otto persone, di cui sei bambini, in una baracca dai muri di latta, senza acqua calda e servizi igienici. Le moderne politiche razziali della Repubblica Italiana, però, vogliono costringerli ad una mobilità forzata, negando loro anche questo miserrimo rifugio e, con esso, la benchè minima possibilità di stabilizzazione territoriale, di riscatto sociale, di inserimento scolastico e lavorativo.
“Siamo colpevoli perchè non siamo ricchi, [colpevoli] perchè siamo poveri”. Con queste parole Helma, ci prende per mano e ci invita a varcare la soglia di una quotidianità inedita ai più, ad addentrarci in un mondo che non viene mai nominato per quello che è: un campo di confinamento e segregazione razziale.
Nella loro semplicità sono parole che disarmano l’ascoltatore per il loro potere di demistificare e decostruire le relazioni sociali, per la loro capacità di legare fra loro fenomeni strutturali e strategie politiche locali.
Esse, infatti, mostrano innanzitutto i veri obiettivi delle campagne contro le popolazioni rom: le ordinanze contro il “popolo-underclass per definizione” mirano da un lato allargare la criminalizzazione e la stigmatizzazione a tutte le fasce sociali marginali ed in difficoltà socio-economica (i poveri sono colpevoli ed in quanto tali devono essere puniti) e dall’altro creano un capro espiatorio ideale contro il quale la popolazione lavoratrice di “razza italiana” (giacchè la cittadinanza formale la possiedono anche molti rom) possa attribuire le responsabilità di un’insicurezza sociale legata a fattori strutturali quali la crisi mondiale, la crescente disoccupazione, il taglio delle spese sociali. La costruzione sociale dell’ “emergenza rom” funge, così, da valvola di sfogo delle tensioni sociali e legittima la sperimentazione di politiche repressive ed escludenti sugli strati subalterni, ma che in breve tempo verranno estese a fasce sempre più ampie della società. “I primi col pacc[hett]o sicurezza”…
È lo stesso mirzad, il marito di Helma in Italia dagli anni ’80, infatti, che descrive il conflitto tra le periferie e le periferie delle periferie: “Noi con gli altri… fino adesso stiamo bene. Però non […] so cosa pensano di noi. Che ne so che idee hanno? Il quartiere ci ha già minacciato un paio di volte”…
La coppia deve ricorrere continuamente al simbolismo animale ed alla metafora zoologica per descrivere la condizione di subumanità nella quale si sentono costretti: il campo di Casilino 900 si configura, così, come “uno zoo con le scimmiette” ed i suoi abitanti diventano “animali chiusi in un campo”, “animali abbandonati”, “animali in gabbia”. La gabbia che imprigiona i protagonisti del ritratto ha una duplice natura: quella fisica, come in recinti che sbarrano le entrate e le uscite del campo e che isolano, separano, differenziano, segregano chi sta “dentro” da chi sta “fuori” e quella legislativa, dettata dalla negazione di qualsiasi identità nazionale, dalla privazione di qualsiasi diritto, “nè là, nè qua: […] Cancellato. […] Se vado lì sono clandestino. Come qui”.

Chi gliel’ha fatto fare

Il crollo dei sistemi socio-economici dell’Europa dell’est che ha chiuso gli anni ’80 del secolo scorso, l’implosione violenta della Repubblica Socialista Federale Jugoslava avvenuta nei primi anni ’90 in seguito ad una guerra civile importata dall’occidente, il devastante impatto delle politiche neoliberiste, gli “aggiustamenti strutturali” degli organismi finanziari internazionali e la conseguente cancellazione delle politiche sociali in tutti i paesi del così detto “socialismo reale” hanno comportato l’azzeramento delle garanzie acquisite in essi dalle popolazioni rom. Per queste popolazioni, minacciate dal montante nazionalismo xenofobo, espulse dal ciclo produttivo, sfrattate dalla speculazione edilizia, quindi, l’emigrazione è stata molto spesso una scelta obbligata. Ecco che, quindi, l’emergere della “questione rom” va contestualizzato all’interno dell’ampio quadro delle migrazioni internazionali. Allo stesso modo “l’emergenza rom” altro non è che uno delle innumerevoli sfaccettature dell’ “emergenza clandestini” e le politiche “anti-zigane” si configurano tout court come politiche “anti-immigrati”. Analogamente alla massa dei lavoratori immigrati mirzad e Helma rivelano verso cosa è tesa la loro determinazione: “avere un lavoro come l’altra gente, non per me, per i miei figli, perhè abbiano una vita più decente”. Questo sogno, però, verrà violentato dalle ruspe che, all’alba giorno dopo l’intervista che ha dato vita a questo ritratto,  spazzeranno via Casilino 900.

Francesco Della Puppa

Un ringraziamento speciale va a Francesco Careri e Azzurra del gruppo Stalker.

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