Sentir dire ad una ragazza che non c’è nulla di più bello che studiare la meccanica del continuo e che l’obiettivo è quello di studiare, costantemente, potrebbe risultare agli occhi del pensare comune come antitetico a quelle che sono le categorie che riguardano la formazione universitaria e i ruoli che una ragazza potrebbe ricoprire all’interno delle diverse professioni. Nell’ascoltare “Sara” mi sono addentrata appieno in questo pensare comune. Mi sono trovata sorpresa nel sentire la voce di una ragazza. Superato lo stupore, ascoltando con attenzione quanto dice, emerge come soffermandosi su quegli aspetti, il pensare comune possa perdere di vista quanto si dice, in virtù di chi lo dice.
Quanto dice Sara risulta trasversale al genere di appartenenza: il sistema universitario italiano – e risulta chiaro nelle sue parole –  parla solo di soldi, parla di come monetizzare qualsiasi idea che possa nascere. Non si vede oltre a quello che è il qui ed ora. Si passano le giornate a cercare di racimolare i soldi che servono per arrivare a prossimo progetto. O si investe il proprio tempo a lamentarsi per come viene gestita la formazione.
Rimanendo aderenti alle parole che vengono usate, senza darle per scontate, l’accademia è un’istituzione destinata agli studi più raffinati e all’approfondimento delle conoscenze di più alto livello. E qui arriva la prima contraddizione con quanto racconta Sara. In virtù di cosa in Italia l’Accademia si riduce alla ricerca di soldi per portare avanti un progetto o, ancora più drammaticamente, si riduce a ‘raccontare’ ad una azienda che siamo in grado di offrire prodotti innovativi quando ciò che cerchiamo sono solo mezzi per arrivare alla fine del mese. Come se il ricercatore l’oggetto dell’esperimento, mentre qualcuno di fuori resta a guardare quanto riesce a flettersi sotto la pressione delle forze che lo schiacciano. In quale punto l’Accademia è entrata in un percorso che la porta ad assomigliare ad una agenzia di promozione del proprio prodotto, senza valutare la qualità di quello che offre, con il solo obiettivo di “vendere”?
Che cosa consente a New Haven di essere un “posto che gravità attorno all’Università”? Solo chi, come Sara, ha l’occasione di prenderne parte, potrà raccontare e dare risposte a queste domande, per quanto nelle sue parole un pezzetto di risposta la possiamo già trovare.

Chi gliel’ha fatto fare?

“Ora non riesco a vedere niente di più bello di quello che faccio nella vita. Prendere il meglio della fisica, il meglio dell’analisi matematica e spiegare perché le cose succedono”. In queste parole possiamo trovare cosa spinge Sara ad investire nella scelta di Yale. Non è solo il deserto intellettuale e progettuale che caratterizza il nostro Paese, è la passione per ciò che si fa, passione che l’Università ha la responsabilità di generare e coltivare ma che, negli effetti pragmatici di come viene amministrata, genera un avvilimento di idee e propositi per cui se si offre uno sgabuzzino dove poter lavorare ciò che lo studente italiano pensa è “almeno ho un posto dove lavorare”. La storia di Sara è una sorta di “biforcazione dell’equilibrio”, di quell’equilibrio che costantemente raccontiamo nel momento in cui ci ‘accasciamo’ sulle proposte che l’Università italiana avanza agli studenti, nel non volerlo sconvolgere in nome del voler rimanere ‘dritti’, ‘fermi’, ‘in piedi’; quando invece, per costruire il proprio futuro, serve necessariamente diventare improvvisamente e inaspettatamente ‘arcuati’, come i solidi elastici in regime non lineare che studia Sara.

Anna Girardi

Un ringraziamento speciale ad Andrea e al suo shakertatuaggio e ai genitori di Sara.

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