Entrare oggi nel sistema carcerario italiano significa confrontarsi con una popolazione che supera le 100.000 presenze: oltre 65.000 i ristretti e oltre 40.000 le “unità” afferenti al corpo di polizia penitenziaria. Forse è l’azienda più grande di cui l’Italia oggi dispone. Ma non solo. Entrare nel sistema carcerario significa essere risucchiati da quella regola il cui uso lo ha generato, lo ha reso e tuttora lo rende ‘galera’: la regola della restrizione. Tanto i carcerati quanto i carcerieri, tanto gli operatori esterni quanto i cosiddetti visitatori, condividono una e una sola realtà entro le mura carcerarie: quella generata dalla restrizione. Una realtà fatta di storie di prigionieri e poliziotti, di dirigenti e familiari, che raccontano della propria esistenza al di là e al di qua del muro. Storie di condizioni spezzate, da un momento all’altro, costruite sui “chi l’avrebbe mai detto”, che si trovano ad essere marchiate dalla colpa e dalla pena. E la regola della restrizione ha generato nel tempo, oltre alle storie, realtà di sovraffollamento insostenibile, condizioni igienico-sanitarie disumane, violenza e abbrutimento, sprechi di risorse economiche e sociali, violazione di principi costituzionali della dignità e del recupero dei detenuti. La domanda che pone Lucia è topica: “a chi serve tutto questo?”. Se si riflette, forse si rende necessario il fatto che serve per interrogarsi proprio sulla regola della “restrizione”. Serve per discutere della gestione di questa regola. Serve per anteporre alla galera, “il circuito a custodia alternata” e alla definizione e attribuzione della colpa, anteporre l’assunzione e la promozione di responsabilità.
Se dunque dalle denunce rivolte alla gestione del sistema carcerario secondo alcuni emerge “il sintomo patologico più grave di una società”, dal racconto di Lucia emerge un simbolo di responsabilità. Non solo come occasione di cambiamento che costantemente viene costruita per i cosiddetti autori di reato, ma anche per il sistema carcerario stesso che del cambiamento deve farsi carico e promotore. E questo ha modificato (necessariamente) l’impiego del vocabolario da parte di Lucia: la regola d’uso della restrizione si smorza e si modifica l’impiego di certe parole. Non sei più “carcerato” ma diventi “ospite”; non sei più solo ed esclusivamente ristretto dalla libertà ma sei anche persona che può scegliere di lavorare, studiare, formarsi. Che può scegliere di accettare la sfida del cambiamento. “Cambia il mondo”, seppur entro un contesto in cui la privazione della libertà implica che “uscire stasera e non domani è un valore”. Non si tratta dunque di mero buonismo o smielato umanismo. Si tratta di modificare una regola – quella della restrizione – e a seguire assumersi tutti la responsabilità di “lavorare per uno stesso obiettivo”. Perché “anche mezz’ora di libertà negata è una pena”. E così sia.

Chi gliel’ha fatto fare?
Scrive Lucia, in un suo recente testo, che il sistema carcerario “ha rinunciato al cambiamento”, che “dai prigionieri pretende redenzioni miracolistiche, ma non fa alcuna revisione critica su se stesso, sulla propria cultura e sul proprio modo di operare”. Dire certe cose “da chi sta dentro” non è sempre e solo dettato da scelte di coraggio o da barlumi di pensiero che affondano radici e trovano vigore in terreni fertili di una qualche ideologia. Dire “da dentro” invitando a non rinunciare al cambiamento e ad una riflessione sul modo di operare per generare cambiamento, è il puro dettato di un’assunzione di responsabilità, fatta a partire dal lavoro giornaliero di quanti “stanno dentro”. Ma anche di quanti “stanno fuori”. Assumersi la responsabilità di queste parole non è solo dire che “da noi il tasso di recidiva è il più basso di tutta Italia”. Anzi. È soprattutto dire che c’è da fare, rimboccarsi le maniche della camicia ogni giorno un po’ di più rispetto al giorno precedente. Che c’è da riflettere, perché la risposta da dare a quella lettera di quel padre che non comprende il coraggio di far lavorare fuori dal carcere “chi ha ucciso”, serve darla.

Michele Romanelli

Un ringraziamento speciale va al Prof. Massimo Caiazzo, la cui voce non siamo riusciti a inserire ma senza il quale non avremmo potuto gestire la nostra visita. Un grazie anche a Chiara Bazzanella, e agli ospiti e alle guardie di Bollate per la collaborazione.

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