L’avvento del “profitto” ha generato molteplici corti circuiti all’interno di una tradizione (intesa come progressione storica dei cambiamenti) che durava da millenni. Uno dei campi in cui questa alterazione genetica si è manifestata in maniera più evidente è quella del mondo dell’”Arte”. Per millenni, dalle iscrizioni rupestri fino all’impressionismo, l’arte si è assunta il compito di “rappresentare” le realtà passata, di restituire testimonianze di eventi avvenuti. Raccoglieva un evento irripetibile e lo trasformava in storia sempre possibile e ripetibile, fosse essa l’uccisione di un bufalo mastodontico o il fumo emesso da un avanguardistico treno a vapore.
L’avvento del “mercato dell’arte” ha portato alla sterilità del contemporaneo “achillebonitolivismo”, in cui si da come valore il fatto che l’arte debba essere fruito soltanto da chi la produce o ci vive. Come se mezzo secolo fa Caravaggio avesse dipinto per Raffaello e Paolo Veronese, e non per quei umili fedeli che sostavano la domenica a prendere la messa sotto l’ombra dei loro capolavori.
Anche il teatro italiano, negli ultimi cinquantanni, si rigirato come un maiale nella melma del denaro, dei concorsi, dei bandi, dei festival. Esperienze teatrali che venivano acclamate come avanguardia all’autunno, in primavera erano già pronte a mettere in cartellone spettacolacci con protagonista l’attrice televisiva o la “figlia di”. Registi e compagnie pronte a fare Goldoni nell’anno del centenario della nascita di Goldoni, della morte di Goldoni, del raffreddore di Goldoni, delle emorroidi di Goldoni. Rifacimenti incomprensibili di classici greci, metafore buttate in vacca in cui il Coro diventa un cassonetto post moderno, hanno portato alla socmparsa lenta ma visibile del Teatro Italiano. Per non parlare dell’astuzia culturale di diffondere la convinzione che il teatro, per saperlo fare, bisogna studiarlo (e pagare per questo).
Babilonia Teatri si è presentata in questo scenario con la violenta ingenuità del bambino che ti pianta un coltello in pancia perché non sa cos’è un coltello. Ha puntato il dito, ha urlato che il re è nudo, e lo ha fatto a suon di bestemmie. Enrico Castellani è riuscito nell’impossibile: ha preso la Parola, sputtanata ovunque, resa dall’uso che ne se ne fa un arma molle e invertebrata, e le ha restituito il suo potere naturale, riforgiandola come una spada che trafigge e fa sanguinare le orecchie di chi le ascolta. Valeria Raimondi ha dipinto messe in scena che dialogano con il testo e i gesti, dove niente è gratutito e sensazionale, ma dove ogni particolare discorre con l’altro tirando fuori il quadro completo, equilibrato e violento. I loro spettacoli sono riusciti, grazie ad una rigorosa ricerca formale, a farsi capire da chiunque, dai critici teatrali più blasonati alle vecchie del teatro da abbonamento. Effetto collaterale inaspettato è di aver  creato un terremoto nel mondo del teatro tradizionale senza aver parlato del “Teatro”, senza aver fatto metateatro. E stato il loro fare, senza condizioni e senza condizionamenti, ad aver scardinto l’uso di quel mezzo e ad aver aperto nuove strade per l’avanguardia teatrale contemporanea, ricoprendo il vecchio con la sborrata divina e  apocalittica che segna il finale di Pornobboy.

Chi gliel’ha fatto fare?

Loro dicono un “concorso” ovvero il Premio Scenario (che hanno vinto nel 2007 con Made in Italy). Ma se chiedi loro come è nato Babilonia Teatri, una delle prime parole che senti è “carcere”. Non è né Paolo Grassi, né Piccolo, né Silvio d’Amico. Quelli sono luoghi in cui si diventa rincoglioniti senza nemmeno rendersene conto. Ma a fare il “teatro” dietro delle sbarre, dove una detenuta nigeriana ti mette a disposizione la sua storia di eroina e prostituzione, o dove una “zingara” mima i furti d’appartamento, ti fa rendere conto e subito che rincoglionito lo sei già e che è ora di darsi una mossa. Se da un lato lo scarto che hanno generato li ha portati a trascinare la “pizzeria” in teatro, la sfida ora è quella di portare il teatro in pizzeria, perché non è tra quinte e camerini che si sente l’esigenza di un cambiamento radicale. L’arte deve entrare a gamba tesa nelle pizzerie, come un tempo entrava negli androni delle chiese. Sarà l’orientamento del loro percorso in questa direzione a stabilire, nel tempo, se la proposta di Babilonia Teatri era vera avanguardia o un altro fatuo fuoco autunnale.

Jonathan Zenti

Un ringraziamento speciale a Ilaria Dalle Donne, Luca Scotton, Alice Castellani e Ettore Castellani.

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